venerdì 17 novembre 2017

Scambio

Voglio vivere in solitudine.
Ne rivendico una tutta per me.
Dove finalmente poter scegliere.
Una abbastanza lunga,
per scrivere senza interruzioni,
senza interferenze.
Senza giorni e senza notti.
Senza fame e senza sete.
Senza tutti gli altri dubbi.
Senza molte delle cose
che mi impediscono la vita,
o la rendono difficile.
Scambio tutto quanto
con una tranquilla solitudine.

sabato 28 ottobre 2017

Non si potrebbe fermare il tempo?

Ma non si potrebbe fermare il tempo? Io non voglio che fra poche ore sia di nuovo lunedì, e mi tocca ritornare a lavorare. Sono stanco.
Vorrei utilizzare il tempo per ripescare i ricordi, partendo da quelli più lontani, ma senza un ordine e forse anche senza un criterio. Li accetto anche così come vengono, perché i ricordi non è che li puoi programmare, arrivano senza preavviso, quando meno te lo aspetti, rispondono a leggi e concatenazioni che non so e non voglio comprendere. 
Me li ritrovo davanti agli occhi, senza un motivo preciso, quanto meno a me ignoto. Non sono preparato a tutto e a volte mi sorprendo a ritrovare storie del passato come se stessi sognando, e a ben vedere, quelle storie, hanno la stessa consistenza dei sogni, sono volatili, anche se a volte si fissano da qualche parte per un po’ e non ti lasciano in pace. Per lo più, comunque, sono innocui, si presentano sfoggiando una presunzione che però si scioglie quasi sempre rapidamente, e senza causare danni permanenti.
Il ricordo di una bicicletta sfumata per poco, quella che poteva essere la mia prima bicicletta. So che c’è da qualche parte e che di tanto in tanto riaffiora, si affaccia ad una finestra  che a volte apro, e sembra volermi invitare a fissarlo in qualche modo. Se lo fai una buona volta non ti tedierò più, te lo prometto, e nonostante questo ancora non mi sono deciso ad edulcorarlo, questo ricordo, a renderlo appetibile. Resta in attesa, come tanti altri che di tanto in tanto tintinnano, come campanelli d’allarme, a ricordarmi che non è che abbia poi ancora tanto tempo, che, quei ricorsi, se non voglio correre il rischio di tralasciarli in maniera definitiva, di trascurarli per sempre, dovrei darmi da fare. 
Quella data, ad esempio, primo febbraio, chissà per quanto tempo riuscirò a ricordarla ancora. Intanto la fisso, così non mi sfuggirà più. Poi, quando sarà il momento, quando il peso del ricordo diverrà insostenibile, allora provvederò a riempirla del relativo contenuto. Anche se, l’arrivo di quel momento, nella mia speranza ormai vana, vorrei rinviarlo sempre più avanti nel tempo.
Ma intanto sta diventando, giorno dopo giorno, un inizio. O anche una fine, da cui non riuscirò a smuovermi facilmente.
Ma perché questi toni, queste espressioni oscure? Perché sempre questo rimandare l’appuntamento con la chiarezza, con la verità? Forse non sono abbastanza valido come confessore di me stesso? Per paura di non essere capace di assolvermi per una colpa o un peccato che mi illudo non dipenda da me?
Sempre a giocare più ruoli, chiuso agli altri, alla possibilità di introdurre interlocutori che potrebbero aiutarmi a raccontare, ad esempio, attraverso un dialogo, uno scambio di battute, o di idee, una conversazione anche accesa, in un contesto favorevole tutto da inventare, o forse no, solo da realizzare, da progettare, partendo da basi preesistenti. 
La storia c’è già. Serve un piccolo sforzo e tutto diventa non solo più credibile, ma anche più accattivante, non una storia che gira solo e soltanto attorno a me.

domenica 15 ottobre 2017

Causa o effetto?

La causa e l’effetto. Il prima e il dopo. Una spinta, un passo, una meta, un fine.
Non so bene quali di questi estremi opposti rivestano il ruolo più importante, più determinante, più decisivo per le mie azioni.
Provo a spiegarmi con esempi tratti dalla vita di tutti i giorni.
Quando mangio, a pranzo, o più spesso a cena, mi piace accompagnare un formaggio stagionato o anche delle fette di salamino piccante con uno o più bicchieri di buon vino. Ma dopo un po’ non sono più in grado di capire, non certo perché ubriaco, se continuo a mangiare per bere il vino, oppure se bevo per poter continuare a mangiare. È che mi piace e vado avanti così, senza curarmi di trovare una risposta. Così è per il caffè alla fine del pasto. Non so a quali di questi alimenti attribuire la giusta rilevanza e in quale ordine.
Questi dubbi, indecisioni o ignoranze, me li porto dietro anche nella scrittura, che rappresenta uno dei poli della dialettica. L’altro è la vita.
Vivere per raccontarla, come ha detto qualcuno, o scrivere, prima, fissarla su carta, come un copione, e poi viverla, rappresentarla sul palcoscenico del mondo?

mercoledì 20 settembre 2017

Camaleonti

..., o anche cos'è che mi fa pensare che sto per realizzare quello che ho da sempre desiderato? Me lo stavo chiedendo da diverse settimane, perché sentivo che qualcosa stava arrivando, avvertivo come un presentimento che un sogno a lungo anelato si stava per realizzare, anche se ancora non avevo chiaro in mente come, né esattamente quando, ma c’era nell'aria, quella che respiravo, e quella che mi circondava ovunque andassi, c’era qualcosa che mi faceva pensare, anzi no, che mi diceva, preparati, tieniti pronto, e me lo diceva in maniera sempre più insistete, con modi che non potevano essere fraintesi, né passare inosservati, io li avvertivo e capivo che qualcosa di importante, di grande, stava per accadere, sentivo come una sorta di responsabilità verso me stesso, non puoi ancora una volta fingere che non sia successo nulla, non puoi continuare a far finta di niente, queste voci mi perseguitavano, in ogni momento del giorno, mi invitavano ad una più attenta riflessione, mi stavano avvisando, consigliando anche, che non dovevo perdere quella che poteva essere una delle ultime, se non l’ultima, possibilità di dare una svolta alla mia vita, perché in fondo di questo si trattava, anche se non mi era chiaro da dove derivava questa certezza, ma certe cose arrivano senza avviso, e non è detto che ci debba necessariamente essere una spiegazione a tutto, potevo chiudere la faccenda così, senza interrogarmi ulteriormente, e passare ai fatti, ed i fatti erano le tante cose a cui avevo pensato negli ultimi mesi, e i tanti taccuini riempiti con le storie che mi erano passate per la testa, e che avevo sentito la necessità di mettere su carta, perché in quei momenti quello era l’unico modo che ero riuscito a concepire per alleviare i dolori che mi angustiavano, dolori non certo fisici, piuttosto qualcosa che mi impediva di vivere la vita in modo normale, perché niente rientrava nei binari della normalità in quei giorni, e lo dimostra il fatto che oggi, che capisco molte più cose soltanto a leggere quelle pagine, oggi riesco a parlarne con una visione d’insieme che mi permette di avere le idee più chiare e guardare a quel periodo in modo distaccato, come se le cose descritte non mi riguardassero, come se quel mondo non mi appartenesse, quando prendevo appunti, quasi quotidianamente, era del tutto diverso, avevo quasi paura di accettare che le cose di cui parlavo facessero parte di me e della mia vita, oggi no, ammetto che è stata una fortuna essermi soffermato, sforzandomi anche, dieci minuti al giorno, o anche più, per raccontare aneddoti, abbozzare pensieri veloci, fare il resoconto confuso delle attività svolte nel corso delle giornate, anche le più semplici, e quelle apparentemente insignificanti, oggi solo capisco e apprezzo l’importanza, a quell'epoca si trattava di esercizi che credevo sterili, e che però svolgevo perché mi facevano sentire vivo, e non era poca cosa, tutt'altro, mi hanno aiutato a continuare a sperare, che un giorno le cose potevano mutare, e forse, anzi no, di certo, quel giorno è finalmente giunto, forse anche in maniera del tutto inatteso, in modo assolutamente inaspettato, perché stavo per buttare la spugna, non è facile persistere per molto tempo in una situazione in cui non si riesce ad intravedere la luce in fondo al tunnel, ed è infine arrivato anche questo momento, che non lascerò passare invano, devo approfittarne, sono pronto, da oggi in poi la mia vita sarà un’altra cosa, anzi, sarà un’altra, mi dà questa certezza la storia, quella trascorsa, quella passata, che ritorna sempre più insistentemente come ad avvertirmi che di tempo ne è rimasto poco, sempre di meno, datti da fare, ogni cosa contribuisce a rammentarmelo, c’è un fiorire di idee, di visioni, immagini, confronti, paragoni che si presentano con regolarità impressionante a chiedermi un conto che non riesco più a tenere, e questa difficoltà è ciò che più mi spinge ad agire, non so tenerla nascosta, come fosse una cosa da niente, no, riguarda me, soprattutto me, e non posso trascurarla, altrimenti viene meno il senso della vita, e con essa anche il senso della scrittura, motivo principale per cui sono impegnato in questa impresa, che sempre più mi rende difficile la vita, fin quando non riuscirò a soddisfarlo, questo tarlo che mi divora, sono sicuro, e non solo del tarlo, chissà quante cose ha pensato, se solo fosse in grado di pensare, non so se l’ho dotato di questa facoltà, non ci pensavo, era solo la voglia di provare, volevo imparare a dipingere, un altro modo di comunicare, di esprimermi, ho prodotto poche tavole, ma ancora oggi quelle due sono là, alle pareti, e mi osservano, i soggetti quasi simili, due bestie immonde che cambiano di continuo colore, per quello che sono costrette a vedere, non tanto per le paure che provano, sono ferme, fisse nelle tavole, una, in sala, più piccola, arrivata per prima, un’altra in camera da letto, che pensava di conservare una posizione privilegiata, di poter soddisfare curiosità, assistere a scene piccanti, ti sei ricreduto ben presto, immagino, ben misero spettacolo quello che hai potuto vedere, forse se l’è passata meglio il tuo amico, nell'altra stanza, almeno qualche scena un po’ più spinta l’ha quanto meno immaginata, ogni volta che avvertiva l’accendersi del computer, per il resto neanche la fantasia gli ha potuto dare una mano, sei capitato davvero male, in un’altra casa avresti avuto senz'altro sorte migliore, ma tant'è, ormai non puoi farci niente, e lo sai, te ne resti là, a poltrire, aspettando tempi migliori, che sarà difficile che vengano, voglio avvisarti, non penso di riuscire più avanti dove ho fallito in tutti questi anni, mettiti l’anima in pace, non sarà da me che potrai ricevere soddisfazioni, a meno di non accontentarti di scene miserevoli e che non ti aspettavi di vedere, a cui non immaginavi mai di dover o forse poter assistere, ed invece, ecco, sono di queste cose che ti dovrai accontentare, che vorrei parlare con te, dimmele quali sono le tue impressioni, dimmi cosa ne pensi, poi io non sarò più io, dopo averti raccontato tutto, dopo essere riuscito a svelarti la vera essenza di me, risorgerò, sarò un altro, e questo è un passo che dovrò fare, altrimenti non potrò più vivere,

lunedì 18 settembre 2017

Pensavo

Pensavo a tutte le cose che mi erano state rinfacciate negli ultimi tempi, l’incomprensibile indolenza, non aver preso mai una volta l’iniziativa, mai avanzato una proposta, e tutto il resto, e mi chiedevo se era davvero così.
Ma non subito. Sul momento recepivo passivamente quelle frasi, come invettive a cui dovevo solo opporre una qualche difesa e la mia arma più poderosa era il silenzio, abbozzare, senza pronunciare una parola, tutto quello che mi veniva buttato addosso. Era dopo, più tardi, anche dopo giorni, che quelle cose ritornavano, diventavano mie, dopo che le avevo assorbite e pian piano cominciavano a far parte del mio corpo, sotto forma di dolori, di mal di testa che mi tormentavano fin dal mattino, e allora intuivo che quello era il segnale, capivo che era arrivato il momento di rivedere ciò che era stata la mia vita, ma soprattutto quello che non era stata, e non solo negli ultimi giorni.
A ripensarci, a rivedere quei momenti, mi sembra che tutto sia stato solo un sopravvivere, un tirare a campare, senza coscienza di quello che andavo facendo, senza immaginare minimamente cosa poteva essere il tempo che avevo davanti, che però non sapevo quanto era grande, quanto esteso, o se realmente vissuto.
I giorni che avevo davanti, libero per quasi un mese da impegni, sarebbero stati almeno fruttuosi?
Camminare per le strade della città, fare due passi all’aperto, un giro nel parco, arrivare fino al fiume, soffermarmi sul ponte, che vorrei attraversare, per abbracciare una nuova avventura o anche solo una semplice.
Mi sedetti su una panchina all’ombra di un albero, un pioppo, o un platano, oppure un tiglio, dal tronco grosso, largo, irregolare, in parte scorticato, dalla chioma larga, le foglie che cominciavano a disperdersi distribuite qua e là senza ordine sul prato, di sfumature diverse di un verdone che sfociava verso il grigio e poi appassiva nelle varie tonalità di ocra e poi marrone, più chiaro o più intenso, ma forse appartenevano ad un altro albero, una betulla, tirai fuori il libro che avevo cominciato a leggere, dallo zainetto verde, che ormai si era scolorito come i tanti anni in cui l’avevo portato addosso, scorsi le pagine fino a ritrovare il punto in cui ero arrivato il giorno prima, ma non era all’inizio? Non ricordavo niente, e ogni volta ricominciavo daccapo, perché non ero interessato alla storia, mi piaceva di più ritrovare quello stile di scrittura che mi lasciava senza fiato, la descrizione che non lasciava spazio ad altre fantasie che non quelle descritte, così mi sembrava, salvo a ricredermi la volta successiva, quando riaprivo il libro ricominciando dalle prime pagine, ritrovandovi un mondo diverso, a volte completamente diverso, da quello che avevo conosciuto nelle letture precedenti.
E questo, nonostante ogni volta mi immergessi completamente nella storia narrata, fino ad immaginare di essere io stesso a vivere quelle esperienze, al punto di credere di essere il protagonista, il personaggio più importante, fondamentale allo scorrere degli eventi, senza la mia presenza nulla poteva esistere. Erano queste le occasioni in cui rinascevo. Ogni volta ero una persona nuova, dimenticavo quello che ero stato, cancellato definitivamente, per ricominciare un’altra esperienza, un nuovo essere agiva in me, ma non sapevo se ancora ristagnavano i tanti passati a torturarmi la nuova esistenza, qualche particola che si era fissata con l’intento di ricreare il corpo, o meglio lo spirito, di ciò che speravo di essermi lasciato per sempre alle spalle.
Quante volte mi sono chiesto chi ero, perché ero arrivato alla conclusione che di me sapevo abbastanza poco, forse a causa delle continue metamorfosi che si attuavano ogni volta che cominciavo a leggere un nuovo romanzo, quante volte mi sono perso dietro ai tentativi di conoscermi meglio, risultato che pensavo di poter ottenere dalla comprensione di un testo, per quanto difficile potesse essere, quando non addirittura dalla semplice lettura di un libro, lo chiudevo definitivamente, lo riponevo da parte, e quello rappresentava un altro passo verso la conoscenza di me stesso. Illusioni, nient’altro che stupide illusioni.
Io mi ero figurato altre cose, mi aspettavo altro dalla vita, mi ero illuso di poter rinascere, forse persino risorgere, che era sufficiente un semplice sforzo di volontà, uno schiocco delle dita ed il mondo ruotava a mio piacimento.
C’era qualcosa che non andava, e che non avevo preso nella dovuta considerazione. Che c’è una vita sola l’ho capito tardi, e non ho più tempo per rimediare a questa disattenzione, a questa grave distrazione, a questo abbaglio tremendo.
Di affrontare il tutto come se non esistessi solo io al mondo, come se non fossi il centro dell’universo, come se oltre me non ci fosse qualcuno o qualcosa che non ero mai arrivato a concepire, adesso, dopo anni di chiusura, di solitudine, di pensieri vuoti, adesso diventava davvero difficile. Era necessario uno sforzo che non pensavo di essere in grado di esercitare, un impegno che non potevo affrontare, un’energia che non ero capace di tirare fuori, troppo svuotato e rinsecchito dai torbidi pensieri in cui mi ero trascinato per anni.

giovedì 14 settembre 2017

Ti piacerebbe far parte di una storia? (4)

Voleva capire cosa gli riservava il futuro ma nel momento stesso in cui lo pensava si domandava cos’era il futuro. E se poteva dominarlo, esserne padrone, almeno del suo, oppure se doveva scoprirlo come una cosa già scritta e riposta in qualche angolo di mondo, un anfratto nascosto oppure tutto alla luce del sole, era là, davanti ai suoi occhi e non era in grado di percepirlo, di vederlo, ne ignorava addirittura l’esistenza, la possibilità stessa di incontrarlo, così come si incontra per caso una signora, in attesa del tram, o al lavoro, in ospedale, ognuno con una storia diversa, ognuno con un proprio futuro da scoprire o verso cui andare incontro, come fosse un destino già scritto.
Adesso il suo presente erano le persone che gli riversavano addosso i loro problemi. Tutti i giorni a ricevere le lamentele di gente a cui dare una spiegazione o una speranza, malati terminali che si rivolgevano ad un medico fidato per una parola di conforto, o complessati che volevano scaricare su di lui le loro turbe, i turbamenti, avevano bisogno di un assistente sociale, di uno psicologo, di un consulente, un amico cui confidare paure o segreti, un prete cui confessare i peccati, invidie, gelosie, tradimenti, uno stregone, un esorcista, un curandero, qualsiasi cosa tranne quello per cui lui era là.
Immaginò le storie che stavano per raccontare quelle persone disperate. Immaginò che poteva partire da lì per scrivere il libro che aveva in mente ormai da tanto tempo. Storie di tutti i giorni, non di quelle ricche di particolari che descrivono le loro esistenze, segno per segno. Piene di circostanze curiose, ambigue anche, che presuppongono conclusioni a lieto fine, oppure no, disgrazie, lutti, disperazioni, fallimenti, casi tragici, che si trovava ad annotare nei verbali, nei registri che riempivano gli scaffali, nelle cartelle che componevano e costituivano la biografia di un mondo in lenta decomposizione ed allo stesso tempo in inevitabile costruzione, storie destinate ad una qualche conclusione, che non sempre però coincideva con la parola fine.
A volte i personaggi dopo tanto tribolare si perdevano per strada, incrociavano un destino non degno di essere raccontato, andavano incontro ad una fine prematura, una fine senza finale, un finale che non li riguardava, che apparteneva ad altri. Loro si erano fermati prima, un fulmine in pieno giorno, col sole, oppure una tromba d’aria a recidere il filo della vita, un incidente stradale a stroncare l’esistenza, un evento radicale a sconvolgere l’ordine delle cose e tutto finisce.
Il dialogo era già pronto, tutto chiaro.