mercoledì 29 ottobre 2008

Ragionamenti di Francesco Carletti

I ricchi, si sa, solitamente lo sono a discapito di altri, dei poveri, degli emarginati, degli sfortunati, è così da sempre, anche se a volte lo dimentichiamo ed allora forse sarebbe bene non dimenticare che i ricavi e i profitti realizzati sulle spalle degli altri, pur essendo comunque deprecabili, si possono fare in tanti modi.
Nel ‘600 un giovane mercante fiorentino, tale Francesco Carletti, aveva scelto di arricchirsi praticando l’esecrabile pratica del commercio degli schiavi.
Partiva, insieme al padre Antonio, dalla Spagna e navigando arrivava alle isole di Capo Verde, in pieno oceano Atlantico, comprava gli schiavi e li rivendeva in America.
I guadagni erano comunque lauti anche se vi erano delle spese da sostenere, le licenze reali da comprare dalla Spagna, i diritti da pagare uscendo da Capo Verde, il noleggio fino alle Americhe e poi, anche se neri e selvaggi, qualcosa bisognava pur dar da mangiare agli schiavi durante le lunghe traversate atlantiche.
Lo schiavo per i mercanti era una merce qualsiasi ma in fondo era riconosciuto come un essere umano e in quanto tale meritevole di essere battezzato. Infatti la cristianizzazione, richiesta dalle gerarchie ecclesiastiche, era un requisito fondamentale per la commercializzazione.
Anche la Chiesa aveva la sua parte in questo turpe commercio quindi con l’imposizione della religione del più forte agli schiavi, prima di essere imbarcati sulle navi negriere.
Gli schiavi, essendo una merce destinata per la maggior parte ad essere utilizzata in lavori pesanti, dovevano avere buona costituzione, essere giovani e forti, con denti sani e robusti.
Prima di concludere gli affari quindi i mercanti li sottoponevano ad un attento controllo e ad un rigoroso esame delle condizioni fisiche, così come ancora oggi si fa nelle fiere del bestiame, in ogni parte del mondo e quando l’affare veniva concluso provvedevano a marchiarli a fuoco sul petto o sulle spalle per riconoscerli dagli schiavi comprati da altri mercanti.
La tratta degli schiavi, iniziata fin dall’inizio del sedicesimo secolo, è andata avanti anche nei secoli successivi, facendo la fortuna dei mercanti europei, fino alla metà dell’ottocento, quando ufficialmente venne dichiarata l’abolizione della schiavitù. Tuttavia lo sfruttamento e la schiavitù, anche se in forme diverse, esistono ancora oggi in tante parti del mondo.
È bene non dimenticare le nostre responsabilità in tutto questo quando vediamo nell’immigrato, costretto da vari fattori ad allontanarsi dal proprio paese, nient’altro che un delinquente da respingere e da abbandonare al proprio destino.

Del commercio degli schiavi e di altre peregrinazioni intorno al mondo, il Carletti, al ritorno dai suoi viaggi, “ragionava” con il Granduca di Firenze.

Francesco Carletti - “Ragionamenti del mio viaggio intorno al mondo” – Mursia Editore - 2008

lunedì 27 ottobre 2008

Non è successo niente - No pasó nada

Racconto del 1980 di Antonio Skármeta, scrittore cileno, autore, tra gli altri, del romanzo “Il postino di Neruda”, da cui è stato tratto il film con protagonista Massimo Troisi, e del più recente “Il ballo della vittoria”.
Pubblicato in Italia nel 1996 da Garzanti, nella traduzione di Irina Bajini.
Il protagonista è Lucio, un ragazzino di quattordici anni, arrivato in Italia con la famiglia, in fuga dal colpo di stato dell’11 settembre del 1973, che in Cile, aveva spazzato la breve esperienza di democrazia, conclusasi con la morte di Salvador Allende.
Lucio si ritrova a Milano, dove vive i problemi e le esperienze tipiche di chi arriva in un paese di cui non conosce nemmeno la lingua ma con, sempre presente nel cuore, il paese d’origine, in questo caso il Cile, da cui è dovuto scappare.
Storia di un’integrazione difficile nell’Italia degli anni ’70.
Sembra che l’integrazione in Italia debba essere necessariamente qualcosa di difficile.
Oggi ancora di più.
Come se tanti anni fossero passati invano!
Come se non fosse successo niente!


Coordinate: integrazione in ogni luogo.

sabato 18 ottobre 2008

Ancora un giorno

A poco più di un anno dalla morte dell’autore, scomparso il 23 gennaio 2007, è uscito in Italia nella traduzione di Vera Verdiani, “Ancora un giorno”, resoconto personalissimo degli ultimi mesi dell’Angola portoghese, del polacco Ryszard Kapuscinski, uno dei più grandi reporter del mondo.
Si tratta di un reportage sulle ultime fasi della lotta di liberazione dell’Angola che, su vari fronti e con diverse fazioni politiche, anche opposte tra loro, dopo una guerra lunga e cruenta, raggiunge infine l’11 novembre 1975 l’indipendenza e la liberazione dal dominio portoghese.
L’autore nelle ultime pagine del libro ci racconta in presa diretta l’assedio di Luanda, la capitale dell’Angola, mentre tutti i portoghesi cercano di scappare, portando letteralmente via pezzi di città, case di legno smontate e imballate dentro enormi casse, che verranno caricate sulle navi in fuga dal porto e dirette in Europa, lasciando una città vuota.
Kapuscinski ama narrare gli avvenimenti da una posizione privilegiata, quella cioè di chi si trova sempre in prima linea, anche a costo della propria vita, come più volte gli è successo in Angola. Ha raccontato e vissuto personalmente decine di rivoluzioni e colpi di stato in giro per il mondo. Il suo modo di fare giornalismo forse può essere sintetizzato nella frase del libro “Non sono mai stato capace di parlare di gente con la quale non ho condiviso almeno una parte di quello che essa stessa sta vivendo”.
Ed anche in quei momenti cruciali per la storia dell’Angola, Kapuscinski era presente sul teatro di combattimento a raccontarci gli avvenimenti che costituiscono il nucleo centrale di questo libro che a distanza di oltre trent’anni dagli eventi narrati, conserva sempre viva la freschezza e l’interesse per una fase della storia portoghese e africana ancora poco conosciuta e non abbastanza esplorata.
Una piacevole lettura e un buon esempio di giornalismo dal fronte, come oggi è difficile incontrare. “Ancora un giorno”, ancora un ottimo esempio di giornalismo e di letteratura insieme dalla penna di un grande scrittore.

sabato 11 ottobre 2008

Il perfetto viaggio

Piccoli episodi, o semplici particolari, che possono servire per fare un ritratto della città, un ramarro, una casa abbandonata, una piazza, le colonie e le guerre coloniali, mai molto evidenti, siamo pur sempre in un periodo precedente la rivoluzione dei garofani, ma anche episodi storici, come ad esempio la morte di Giordano Bruno, sorprendenti se si pensa che sono stati scritti in tempi di dittatura, emergono qua e là inattesi, come dallo sfondo di un quadro senza profondità, né prospettiva, tutto emerge poco a poco, a misura che si entra dentro, che si entra in sintonia con le fibre della tela, riuscendo a decifrare alfabeti prima sconosciuti, le parole si materializzano, si trasformano in oggetti mai notati, la visione diventa più chiara, sembra di essere venuti a conoscenza di un’altra parte di mondo, mai immaginata prima, i corpi si intersecano tra loro, nello spazio e con lo spazio: la memoria non può essere cancellata.
È questo Saramago, e lo si ritrova già in queste cronache scritte tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, racconti, abbozzi, flash, appunti, ancor prima di affrontare le stesse tematiche ma in lavori di più ampio respiro come nei romanzi che hanno caratterizzato la sua produzione letteraria almeno degli ultimi venti anni.
A chi, come me, ha conosciuto prima il Saramago dei grandi romanzi, fa una certa impressione leggere o rileggere queste pagine. Dopo aver imparato ad amare ed ad apprezzare lo stile di narrazione tipico del nobel portoghese, leggere queste cronache è come fare un viaggio (perfetto?) indietro nel tempo e nello spazio.
Del resto, come lo stesso Saramago ha affermato: “Tutto quel che si trova nei miei romanzi si può trovare anche nelle cronache”.
“Il perfetto viaggio”, curato da Giulia Lanciani e pubblicato dalla Bompiani nel 1994, è la versione italiana che contiene solo una selezione delle cronache che Saramago ha pubblicato su alcuni quotidiani portoghesi tra il 1968 e il 1972, riuniti dallo stesso autore nel volume “A bagagem do viajante”.

Coordinate geografiche per orientarsi tra i pensieri di Saramago:
http://caderno.josesaramago.org/

domenica 5 ottobre 2008

L'Africa di Viero


La notò subito e immediatamente capì come sarebbe andata a finire.
Doveva prendere appunti, delineare una strategia e seguirla senza trascurare nulla fino alla fine, solo così sarebbe arrivato a lei senza perdersi, senza perdere tempo, niente giorni sprecati, che erano pochi, due settimane di vacanza in Senegal, avrebbe potuto usarli per scrivere un sacco di cose, anche nei momenti più intensi, mentre viveva emozioni indimenticabili, e non solo perché ne scriveva, rimanendo così fissate per sempre.
Ma come, adesso anche gli altri hanno voce? No, non se ne importava, proseguiva come se attorno non ci fosse nessuno, lui l’unico personaggio del sogno che stava vivendo con tanta intensità, e che gli girava intorno senza che se ne accorgesse o forse ignorandolo, era lui, nessun altro, pensava a voce alta, parlava con nessuno, non si aspettava risposte o rispondeva da sé, senza curare la coerenza fra le domande e le attese.
Arrivata la fine della vacanza, adesso cosa faccio, non posso mica andarmene e lasciare tutto, come se niente fosse successo, come si fosse trattato solo di un sogno, doveva trovare una scusa oppure cosa?, inventarsi qualcosa, spezzare quel filo che lo teneva legato e andarsene, scappare via, sentiva che il tempo stringeva, la vacanza era al termine, sentiva che il destino gli aveva riservato altre mete, altri luoghi lo aspettavano e finché rimaneva a sognare, i sogni li ricorda tutti, riesce a ricostruire tutti i particolari, naviga in ambienti adatti, è al risveglio che si accorge di come sono fatti di altra pasta i sogni e non si dà pace di aver perso quel mondo che fino a poco prima gli apparteneva.

Forse tutto questo ha poco a che fare con il libro di Paolo Brunelli, o forse no, è che quando leggo un libro mi viene sempre da prendere appunti, non necessariamente cose che riguardano quel libro ma di certo ispirate dalla lettura, perché mi viene in mente un particolare, perché una frase mi ricorda altri episodi, da me vissuti o semplicemente sognati, perché comunque leggere mette in gioco una circolazione di idee che arricchisce la mente ed in fondo, non è anche questo lo scopo della lettura, anche se il testo in questo modo diventa solo un pretesto?

Coordinate geografiche: tra Pontremoli e Dakar
Paolo Brunelli - L'Africa di Viero - Edizioni Clandestine 2003