sabato 17 ottobre 2009

La cosa buffa



… procedendo nella lettura di questo romanzo, intenso e veloce allo stesso tempo, perché guai a fermarsi, si deve leggere tutto in una volta, senza respirare molto, altrimenti si rischia di perdere il filo, si ha come l’impressione che i fatti narrati, le cose che accadono, non sono poi tantissimi, eppure si arriva alla fine del libro dopo aver seguito il narratore per quasi 350 pagine, che invero non è proprio una passeggiata anche perché il linguaggio non è dei più semplici o meglio la costruzione della frase non sempre risulta di facile interpretazione ed allora riuscire a seguire i pensieri del narratore che ci conduce per le calli di venezia inseguendo gli innamoramenti e le passioni ed i primi baci, gli approcci sessuali, dei primi due protagonisti, antonio, un maestro di scuola che viene dalla provincia e vive insieme alla sorella ed al padre, a marocco, un paesino nella campagna fuori venezia, e maria, veneziana, figlia di un industriale delle forniture marittime, può risultare in certi momenti un po’ arduo ed io a volte mi perdo anche perché la cosa buffa è che il protagonista, ebbene sì , anche lui si chiama antonio e chiamandomi anch’io allo stesso modo, a volte mi sembra di confondermi e immedesimarmi un po’ troppo con la storia mentre la sto leggendo, e se a questo ci aggiungo un’altra cosa, che a questo punto comincia davvero a diventare buffa, e cioè che uno dei nomi della mia compagna è lo stesso nome di quello della prima protagonista femminile del romanzo, maria, che è poi anche la prima fidanzata di antonio che compare nella storia, allora mi capita di confondermi un po’ troppo e la frittata è bell’e fatta ma, come in un gioco al rilancio, la storia non finisce qui e la cosa buffa è che maria, oltre ad essere, come ho già avuto modo di ricordare, il nome della mia compagna, è anche il nome di una signorina, la signorina maria, appunto, che ho conosciuto anche profondamente per averci trascorso un po’ di mesi assieme anche se non proprio fisicamente quanto piuttosto perché mi ha attraversato la mente per un periodo sufficiente per scriverci su una storia e a tal proposito spero che anche lei un giorno possa diventare famosa, e mentre proseguo nella lettura mi sembra che la cosa davvero buffa è che lo stile usato da giuseppe berto per scrivere questa storia, che è poi simile a quello usato nella scrittura del male oscuro, romanzo che nel 1964 ha vinto contemporaneamente, prima e forse unica volta nella storia di questi premi, il viareggio ed il campiello, è un po’, o almeno ricorda lontanamente, o forse sarebbe meglio dire l’opposto e cioè che il mio modo di scrivere riecheggia o addirittura scimmiotta quello di berto, lo stile che anch’io uso nelle mie scritture, soprattutto negli ultimi tempi e chissà mai che questo mio modo di scrivere non risalga proprio ai tempi in cui ho letto il male oscuro che mi sono portato dietro e dentro fino ad oggi anche se, beh, questo è un elemento che sicuramente mi distinguerà e la cosa buffa sarebbe se anche a me capitasse la stessa cosa e cioè ottenere lo stesso risultato in termini di riconoscimenti letterari, ma lasciando da parte queste fantasie e ritornando alla realtà a volte mi sento più di essere scrittore che altro, e mi sto convincendo che, pur essendo abbastanza mediocre come scrittore, comunque a volte mi capita di pensare che una delle poche cose buone che sono riuscito a realizzare nella vita è stata la pubblicazione di passaporto per capo verde che, mi rendo conto, non mi dà il diritto di considerarmi scrittore ma comunque è già qualcosa, diciamo che è meglio di niente, e la cosa buffa, continuando nella lettura, è che ho scoperto che antonio dopo aver lasciato maria per motivi che non è il caso qui di illustrare anche perché molto probabilmente nemmeno lo stesso antonio è riuscito a capire e forse questo è anche un po’ la chiave di lettura del libro, e insomma, subito dopo essersi ritrovato se non col cuore libero perlomeno con un profondo vuoto nell’animo per non avere più la possibilità di incontrare e toccare e sfiorare e baciare e via dicendo la sua amata maria, adesso si ritrova a frequentare una tale marica incontrata per caso a venezia e la cosa buffa è che anch’io conosco marica anche se non è la stessa del libro, o almeno penso, perché quella che conosco io non è ungherese e nemmeno bionda, ma, a parte queste differenze di particolari, sembra davvero una storia buffa che queste coincidenze tra le vicende che vado leggendo nel libro riflettano in qualche modo alcuni aspetti della mia vita e sono cose che turbano e lasciano pensare perché è come se avvertissi che qualcuno ha già scritto la mia storia, ed io sto solo vivendo una variante di quella scritta da berto, che non poteva conoscermi anche se ha vissuto in calabria per alcuni anni ed essendo anch’io calabrese, beh, mi sembra che ci sono già abbastanza elementi per indurre una certa preoccupazione al punto che mi viene a volte da pensare che forse non dovrò continuare nella lettura del libro per non rovinarmi il piacere della sorpresa che la vita potrebbe riservarmi e che in ogni caso la vita va vissuta per come viene, e insomma è proprio un bel casino e non so cosa pensare e che conclusione trarre da questa buffa cosa buffa

Giuseppe Berto – La cosa buffa – Rizzoli - 1980 (seconda edizione)

martedì 29 settembre 2009

La bambina e il trombone



In “La bambina e il trombone”, uscito nel 2001, lo scrittore cileno propone le vicende raccontate in prima persona da una bambina, arrivata in circostanze poco chiare ad Antofagasta dall’Europa, in compagnia di un suonatore di trombone.
La bambina fa partecipe il lettore di una parte della sua vita attraverso le varie tappe che la portano a Santiago e della sua crescita culturale e politica fino ai giorni immediatamente precedenti la fine delle speranze di democrazia in Cile ed in America Latina, impersonate da Salvador Allende.
Non esattamente una delle migliori prove letterarie di Skármeta che in “Il postino di Neruda” e “Le nozze del poeta” (di cui rappresenta un po’ un seguito), si era espresso al meglio.

Antonio Skármeta – La bambina e il trombone – Garzanti – 2002
Titolo originale: La chica del trombón
Traduzione: Irina Bajini

giovedì 17 settembre 2009

Trilogia di New York


Ad un certo punto del secondo racconto (Fantasmi) della trilogia si legge:
Col passare dei giorni Black capisce che le storie che può raccontare sono infinite
Verso la fine del terzo racconto (La stanza chiusa), Auster fa dire (anzi pensare) ad un altro personaggio, che:
... è proprio quando può succedere di tutto che le parole perdono efficacia”, ed allora bisogna scegliere, fare una cernita ed è per questo che l’autore si serve di un pretesto, uno qualunque, per cominciare a narrare, e ciò che racconta spesso ha a che vedere con i procedimenti narrativi.
I suoi romanzi, a saperli leggere, sono più che un corso di scrittura narrativa, meglio di un trattato di narratologia, un compendio di strumenti per chi ama perdersi nei boschi narrativi (per echeggiare un noto semiologo italiano).
Omicidi da svelare, misteri da risolvere, persone da seguire e pedinare, c’è sempre un motivo per raccontare, per leggere ed arrivare alla fine, per scrivere quindi e di conseguenza per vivere.
Trilogia di New York”, prima e meglio di ogni altro lavoro di Auster, è una metafora sulla scrittura e sull’arte di costruire storie. Per il piacere di costruirle ma anche per destare in chi le legge il puro e semplice piacere della lettura, al di là di regole e codifiche, più o meno accademiche.
Così, per esempio, “La stanza chiusa”, forse più degli altri due racconti, rappresenta un caso evidente di come, nelle mani di un grande scrittore, “to show not to tell”, la regola madre su cui tanto insistono gli insegnanti dei corsi di scrittura creativa, forse può essere anche trascurata, ci sono casi, come quello citato in cui si può dire, per pagine e pagine, senza appesantire assolutamente il testo e di conseguenza senza rendere noiosa la lettura. Ma, certo, per questo, ci vuole un grande autore come Auster.
Paul Auster - Trilogia di New York
Città di vetro - Fantasmi - La stanza chiusa
Einaudi - 1996

mercoledì 9 settembre 2009

Manuel Puig - Scende la notte tropicale

In Scende la notte tropicale, il lettore viene a scoprire i dettagli della storia attraverso il fitto dialogo fra due sorelle ultraottuagenarie (che continua in forma epistolare anche dopo la morte di una delle due sorelle), ma anche attraverso uno scambio di lettere tra i vari personaggi che si muovono tra Rio de Janeiro, Buenos Aires e la Svizzera, dalla lettura di articoli di giornali e dai verbali di denuncia alla polizia del commissariato di un quartiere di Rio.
Per mezzo di questi elementi è possibile ricostruire le vicende di questo che è anche l’ultimo romanzo dello scrittore argentino Manuel Puig, in cui ci dà un esempio magistrale dell’uso del dialogo e della conversazione, che porta avanti per molti capitoli, nonché di un registro linguistico assolutamente semplice.


Manuel Puig – Scende la notte tropicale – Mondadori – 1989
Titolo originale: Cae la noche tropical
Traduzione: Angelo Morino

Letture in corso: settembre 2009

Gabriel García Márques - I funerali della Mamá Grande – Mondadori – 1983
Titolo originale: Los funerales de la Mamá Grande - 1962
Traduzione: Enrico Cicogna

Gabriel García Márques – La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata – Mondadori – 1985
Titolo originale: La increíble y triste historia de la cándida Eréndira y de su abuela desalmada - 1972


Margaret Mazzantini – Zorro - Un eremita sul marciapiedi – Mondadori – 2004


Amélie Nothomb – Stupori e tremori – Guanda - 2009
Titolo originale: Stupeur et tremblements - 2000
Traduzione: Biancamaria Bruno

Letture in corso: agosto 2009

Rolo Diez – La ragazza che voleva la luna – Tropea – 1998
Titolo originale: Luna de escarlate - 1994
Traduzione: Roberta Bovaia

Andrea Camilleri – La forma dell’acqua – Sellerio – 1994

Ferdinando Camon – Mai visti sole e luna – Garzanti - 1994

Letture in corso: luglio 2009

Stefano Redaelli – Spirabole – Città Nuova - 2008

João Aguiar – I mangiatori di perle – Giunti - 1996
Titolo originale: Os comedores de pérolas - 1992
Traduzione: Rita Desti


José Pablo Feinmann – Amaro, non troppo – Giunti – 1999
Titolo originale: Ni el tiro del final – 1981
Traduzione: Gina Maneri


Paul Auster - La vita interiore di Martin Frost – Einaudi - 2009
Titolo originale: The Inner Life of Martin Frost - 2007
Traduzione: Massimo Bocchiola

domenica 12 luglio 2009

L’ombra del vento



Iniziato sotto buoni auspici, di quei romanzi dove c’è di mezzo un libro, ed i suoi poteri magici, ho cominciato a leggerlo con interesse, un po’ anche incuriosito dalla pubblicità che si è fatta attorno a questo scrittore, no, non che mi sia fatto convincere dal numero di copie vendute, anzi, quando sulla copertina di un libro c’è scritto in bella evidenza “best sellers”, ebbene, quella sorta di sigillo mi suggerisce che non è proprio il libro che fa per me, niente di tutto questo può spingermi a spendere un euro per comprare un libro del genere, si è trattato piuttosto di una coincidenza che ha fatto sì che nello stesso giorno vedessi il libro in mano a due persone diverse, e alla seconda, alla fine, l’ho chiesto in prestito, solo il tempo della lettura.
È scritto bene, da uno che conosce i meccanismi della narrazione, che sa come tenere in sospeso le aspettative del lettore, il quale vuole continuare fino al prossimo capitolo, solo per vedere come va a finire quell’episodio, quella tal storia iniziata alcuni capitoli prima e che pian piano si intreccia con altre storie, lasciate a metà e che all’improvviso distilla qualche particolare che potrebbe incrociarsi con altri eventi narrati e anche preannunciati, ecc. ecc. ed allora il lettore è portato a continuare ancora un po’, ancora altre pagine, lasciando da parte qualche impegno, rimandando un appuntamento, saltando persino la cena, perché quel libro, quello di cui si parla nel romanzo, e da cui ha mutuato il titolo il romanzo di Carlos Ruiz Zafón, l’Ombra del Vento, sta proprio interessando quel lettore curioso, che cade nelle trappole tese dall’autore, si trova così costretto a continuare, perché vuole vedere come va a finire una certa storia, ecc. ecc., perché di certo quella ragazza cieca qualche ruolo ce lo deve avere, non può essere che ad un certo punto scompare e non se ne sappia più nulla, non può essere che sia servita solo per una storia fuggevole con il protagonista, sia pur per un rito di iniziazione amorosa e forse sessuale, perché comunque la storia di questo ragazzo, Daniel, perso tra i libri dimenticati e storie di misteri ed intrecci dovrà pur finire in qualche modo ed io penso che poteva finire anche dopo le prime duecento pagine e visto che per arrivare alla conclusione del libro dovrei leggerne almeno altre duecento e mi sono stancato di rincorrere le fantasie dell’autore, ebbene, lo metto da parte, anzi lo restituisco alla mia vicina di casa che me l’aveva così amorevolmente prestato, la ringrazio e passo a qualcosa di più interessante.
Coordinate: disperse qua e là tra troppe pagine, che potevano essere anche di meno, ma infinitamente anche di più, tanto non sarebbe cambiato nulla, ed infatti con “Il gioco dell’angelo” Zafón ha continuato ed è andato anche oltre, fino ad usare oltre 650 pagine, non che la letteratura si valuti in base al numero di pagine scritte, ma perché tediare il lettore con il trito e ritrito? O forse ognuno scrive quello che vuole e come vuole e la prossima volta dovrò essere più attento a non farmi tentare dalle vicine di casa.

Carlos Ruiz Zafón – L’ombra del vento – Mondadori – 2004
Traduzione di Lia Sezzi

martedì 2 giugno 2009

Il giorno prima della felicità


L’ho letto in un giorno di festa, tutto in una volta, e forse è così che va letto questo libro, dove si intrecciano varie storie, quella di Don Gaetano, un portinaio di un caseggiato della Napoli degli anni cinquanta, un condominio che rappresenta una Napoli sempre vivace, colorita, piena di vitalità e che viene rievocata nelle giornate della guerra, con i tedeschi ed i fascisti a combattere per le strade ed i vicoli della città, ed i napoletani che si ribellano e contribuiscono alla liberazione della città; e poi un’altra storia, quella di un ragazzo, che in quel condominio è cresciuto, orfano, giocando con gli altri ragazzini, sognando una bambina, che ritroverà più avanti, e che diventa grande ed impara la vita attraverso i racconti di Don Gaetano.

“Pure le storie di Don Gaetano erano assai e stavano in una persona sola. Lui diceva perché aveva vissuto in basso, e le storie sono acque che vanno in fondo alla discesa. Un uomo è un bacino di raccolta delle storie, più sta in fondo più ne riceve”.

“Lo scrittore deve essere più piccolo della materia che racconta. Si deve vedere che la storia gli scappa da tutte le parti e che lui ne raccoglie solo un poco. Chi legge ha il gusto di quell’abbondanza che trabocca oltre lo scrittore”.

Erri De Luca - Il giorno prima della felicità – Feltrinelli - 2009

Il bacio della Sfinge



Ancora un libro di un capoverdiano pubblicato in Italia.
IL BACIO DELLA SFINGE, di Jorge Canifa Alves, seconda raccolta di racconti dell’autore nato a Capo Verde ma cresciuto in Italia, riunisce varie narrazioni in cui l’autore affronta argomenti quali l’emigrazione dei capoverdiani, l’immigrazione e l’integrazione degli extracomunitari, anche attraverso la partecipazione e la vittoria ad un torneo di calcetto disputato in Italia tra squadre composte da giocatori di paesi stranieri, o tematiche quali il problema dell’inquinamento ambientale, l’intolleranza razziale, o anche racconti con elementi più surreali e di pura fantasia
“Il Bacio della Sfinge” esce per la casa editrice
Fuoco Edizioni con la prefazione di Maria de Lourdes Jesus.

lunedì 27 aprile 2009

Il viaggio dell’elefante



“Il viaggio dell’elefante” è l’ultimo lavoro del nobel portoghese José Saramago, uscito da pochi mesi nella versione italiana di Rita Desti.

È la storia di un elefante indiano che Joao III, re del Portogallo e dell’Algarve, e la moglie Caterina d’Austria, regalano al cugino arciduca Massimiliano d’Austria, reggente di Spagna.
Più precisamente nel libro si raccontano le vicissitudini che portano stancamente l’elefante e tutta la carovana, composta da soldati, cavalli, maniscalchi, buoi e da varia altra umanità, e con loro il lettore, da Lisbona in Austria, passando da Valladolid, dove si trova l’arciduca, e poi attraversando la Spagna, l’Italia (Genova, Mantova, Verona, Padova, dove l’elefante compie persino un miracolo), e poi Innsbruck, per entrare infine trionfalmente a Vienna, capitale dell’Impero, dove Salomone, l’elefante, compie un altro miracolo.
Come descrivere questo viaggio in poche parole?
Se si vuole la sintesi bisogna rivolgersi ad altri scrittori, non a Saramago, un mago con le parole, in grado di raccontarci una parte di storia europea della metà del XVI secolo partendo da un episodio semplice come quello del viaggio di un elefante.

PS
Mentre scrivevo è arrivata la notizia dell’uscita di un altro libro, ancora non tradotto in italiano, che raccoglie i testi scritti da Saramago per il suo blog da settembre 2008 a marzo 2009.
Per saperne di più, consultare il suo
caderno in lingua originale.
Per chi invece non mastica la lingua lusa, il
quaderno si può apprezzare nella traduzione in italiano di Massimo Lafronza.
Altre notizie sul
blog della fondazione che porta il nome dello scrittore.
Fate presto a leggerli, chissà che nel frattempo non sia uscito qualche altro suo libro ...

giovedì 26 marzo 2009

Vallelonga e la sua storia

Bruno De Caria
Vallelonga e la sua storia.
Ricerche storiche su Vallelonga ed i suoi Casali
FIRENZE
2007

Gli storici hanno a poco a poco preso coscienza del fatto che tutto era degno di storia: nessuna tribù, per quanto minuscola sia, nessun gesto umano, per quanto insignificante in apparenza, è indegno della curiosità storica.
Paul Veyne

Frase posta in epigrafe del libro.

Bruno De Caria ha ricostruito la storia di Vallelonga, piccolo centro calabrese, attraverso indagini e studi approfonditi di documenti originali del passato e conoscenze più dirette per gli avvenimenti del xx secolo e un rigoroso lavoro di ricerca.

De Caria ha già pubblicato il “Dizionario fraseologico Vallelonghese-Italiano-Inglese”, del 1993.

sabato 14 marzo 2009

MAGIA NERA A KINSHASA


Magia nera, stregonerie, esorcismi, riti satanici, lotta tra bene e male, tutto un mondo fatto di mistero che irrompe nella normalità della vita quotidiana, a Kinshasa o in una qualsiasi altra città africana.
Bakolo Ngoi Paul - Magia nera a Kinshasa. Repubblica Democratica del Congo -
Edizioni dell’Arco - Bologna - 2006

giovedì 26 febbraio 2009

Grande Sertão

Sto cercando di leggere Grande Sertão, di João Guimarães Rosa!
Ci sto provando, ad andare avanti, fiducioso, non so cosa mi aspetto, né fino a quando aspettarla, questa cosa che non so nemmeno cosa sia, intanto continuo a leggere, forse arriverò un giorno alla fine, ma forse non è nemmeno necessario, ho letto circa duecento pagine, mi ha un po' stancato, vossignoria, però, continuerò, per il rispetto che porto nei suoi confronti, per il Brasile, per la sua letteratura, per Luciana Stegagno Picchio, per Edoardo Bizzarri, per tutto il tempo durante il quale è rimasto chiuso, nello scaffale dei libri di autori brasiliani, nella più grande biblioteca lusofona, dall'inizio febbraio del 1997, da quando l'ho comprato, ci sto provando, vossignoria, ho sempre avuto un senso di timore reverenziale nei confronti di questo libro, adesso che ho trovato il coraggio di cominciare a leggerlo, chissà .............................

martedì 3 febbraio 2009

SAGARANA

Un titolo composto da saga, che ricorda i racconti epici del nord Europa, e rana, un nome collettivo di origine tupí, una popolazione indigena. Insomma un gioco di parole e l'uso caratteristico delle parole e l'attenzione che Guimarães Rosa riserva al mezzo linguistico, sono tra le caratteristiche più singolari ed interessanti delle sue opere, a cominciare da questa prima raccolta di racconti scritti nel 1936 ma pubblicati dieci anni più tardi.
In essi l'autore dà spazio a briganti, cavalieri, contadini, jagunços e vaccari che si muovono nei Campos Gerais, un geografia mista che spazia dalle foreste, ai boschi, ai fiumi, ai deserti di vari tipi, i sertões, dove la vita spesso è anche lotta per la vita, contro la siccità, la fame e la solitudine delle vastita dei paesaggi.
Un spazio comunque fisicamente delimitato ma che, grazie all'abilità linguistica del più importante scrittore brasilano del ventesimo secolo, diventa anche metafora del mondo.
Lunghe longitudini e larghe latitudini non riescono a delimitare gli spazi in cui si svolgono gli episodi narrati.
Meridiani e paralleli del mondo.
Per saperne di più: link a sagarana

sabato 31 gennaio 2009

Il filo dell'orizzonte


Seguendo il filo dell'orizzonte non è molto chiaro dove si possa arrivare, né se ci sia una meta da raggiungere, intanto si attraversano meridiani e paralleli della mente, della vita, di una città che può essere Genova ma che a me piace pensare che sia Lisbona, tanto cara a Tabucchi, perché le cose comunque devono succedere e non importa dove. Nulla succede a caso

domenica 18 gennaio 2009

L'arpa d'erba

L'arpa d'erba, una piacevole lettura per un romanzo giovanile, uscito nel 1951, quando Truman Capote aveva 27 anni, dove rilegge i primi anni della sua vita, allorché, dopo la morte della madre, viene affidato a due sorelle zitelle che vivono in un paese della provincia americana.
Si narra, attraverso gli occhi di un ragazzo, della scelta di alcune persone di provare ad apportare un cambiamento ad una vita deludente, rifugiandosi in una casa costruita su un albero, come forma di protesta nei confronti di una società opprimente.
L'arpa d'erba, che si riesce ad ascoltare in alcuni momenti di silenzio, tra i campi di saggina, attorno all’albero dove sono andati a rifugiarsi i protagonisti, conosce la storia di tutta la gente della collina, e quando anche i protagonisti di questa storia saranno morti racconterà anche la loro.Truman Capote, (1924-1984)

Coordinate geografiche:
tra i campi di saggina e attorno all’albero di sicomoro in una sperduta località della provincia americana.

martedì 6 gennaio 2009

Le navi

Le navi viaggiano nelle nebbie di un inconscio confuso, stordito da anni di guerra coloniale inutile, dall’Angola indipendente ad un Impero ormai scomparso, in una Lixboa capitale di uno dei paesi europei più poveri.
L’Angola e le conseguenze della guerra coloniale a Lobo Antunes hanno cambiato la vita, un’esperienza da medico in prima linea a Luanda, agli inizi degli anni settanta, tra ospedali psichiatrici e gente disperata: da una parte gli angolani, divisi in fazioni rivali, entusiasti per l’indipendenza a lungo desiderata e finalmente conquistata, dopo anni di lotte e combattimenti ma che da lì a poco avrebbero dato vita ad una cruenta e lunga guerra civile, e dall’altra i portoghesi, costretti a scappare da Luanda, con la prospettiva di ritornare, dopo anni di guerra, perdenti, in una Lisbona dove non conoscono più nessuno, dove non hanno nemmeno un posto dove vivere, né tanto meno un lavoro.
È la tragedia di queste persone che ritornano in un paese che non li può accogliere, che Lobo Antunes ci racconta, descrivendo atmosfere tragiche, paradossali a volte, grottesche, con una scrittura visionaria, uno stile che non tiene conto delle più elementari regole narratologiche forse proprio per dare l’idea delle condizioni di schizofrenia e di confusione di cui sono vittime ed in cui sono improvvisamente scaraventati questi esseri che, dopo aver girovagato per una città indifferente ed egoista, vengono relegati in un sanatorio dove sono destinati a finire i loro giorni.
Le letture degli anni passati in qualche modo ritornano nei libri che leggo e così mi capita di ritrovare in questo libro lo stile o in qualche modo memorie di altri autori, elencati di seguito senza un ordine significativo e di certo dimenticandomene alcuni: José Donoso, García Márquez, Julio Cortázar, Allen Ginsberg, William S. Burroughs, José Saramago e chissà quanti altri che più in là ritorneranno.
Un altro di quei libri che non si finisce mai di leggere e che bisognerebbe ricominciare subito appena arrivati all’ultima pagina, per provare a capire di cosa ci parla ancora oggi.
Un altro di quei libri senza meridiani né paralleli.