sabato 31 gennaio 2009

Il filo dell'orizzonte


Seguendo il filo dell'orizzonte non è molto chiaro dove si possa arrivare, né se ci sia una meta da raggiungere, intanto si attraversano meridiani e paralleli della mente, della vita, di una città che può essere Genova ma che a me piace pensare che sia Lisbona, tanto cara a Tabucchi, perché le cose comunque devono succedere e non importa dove. Nulla succede a caso

domenica 18 gennaio 2009

L'arpa d'erba

L'arpa d'erba, una piacevole lettura per un romanzo giovanile, uscito nel 1951, quando Truman Capote aveva 27 anni, dove rilegge i primi anni della sua vita, allorché, dopo la morte della madre, viene affidato a due sorelle zitelle che vivono in un paese della provincia americana.
Si narra, attraverso gli occhi di un ragazzo, della scelta di alcune persone di provare ad apportare un cambiamento ad una vita deludente, rifugiandosi in una casa costruita su un albero, come forma di protesta nei confronti di una società opprimente.
L'arpa d'erba, che si riesce ad ascoltare in alcuni momenti di silenzio, tra i campi di saggina, attorno all’albero dove sono andati a rifugiarsi i protagonisti, conosce la storia di tutta la gente della collina, e quando anche i protagonisti di questa storia saranno morti racconterà anche la loro.Truman Capote, (1924-1984)

Coordinate geografiche:
tra i campi di saggina e attorno all’albero di sicomoro in una sperduta località della provincia americana.

martedì 6 gennaio 2009

Le navi

Le navi viaggiano nelle nebbie di un inconscio confuso, stordito da anni di guerra coloniale inutile, dall’Angola indipendente ad un Impero ormai scomparso, in una Lixboa capitale di uno dei paesi europei più poveri.
L’Angola e le conseguenze della guerra coloniale a Lobo Antunes hanno cambiato la vita, un’esperienza da medico in prima linea a Luanda, agli inizi degli anni settanta, tra ospedali psichiatrici e gente disperata: da una parte gli angolani, divisi in fazioni rivali, entusiasti per l’indipendenza a lungo desiderata e finalmente conquistata, dopo anni di lotte e combattimenti ma che da lì a poco avrebbero dato vita ad una cruenta e lunga guerra civile, e dall’altra i portoghesi, costretti a scappare da Luanda, con la prospettiva di ritornare, dopo anni di guerra, perdenti, in una Lisbona dove non conoscono più nessuno, dove non hanno nemmeno un posto dove vivere, né tanto meno un lavoro.
È la tragedia di queste persone che ritornano in un paese che non li può accogliere, che Lobo Antunes ci racconta, descrivendo atmosfere tragiche, paradossali a volte, grottesche, con una scrittura visionaria, uno stile che non tiene conto delle più elementari regole narratologiche forse proprio per dare l’idea delle condizioni di schizofrenia e di confusione di cui sono vittime ed in cui sono improvvisamente scaraventati questi esseri che, dopo aver girovagato per una città indifferente ed egoista, vengono relegati in un sanatorio dove sono destinati a finire i loro giorni.
Le letture degli anni passati in qualche modo ritornano nei libri che leggo e così mi capita di ritrovare in questo libro lo stile o in qualche modo memorie di altri autori, elencati di seguito senza un ordine significativo e di certo dimenticandomene alcuni: José Donoso, García Márquez, Julio Cortázar, Allen Ginsberg, William S. Burroughs, José Saramago e chissà quanti altri che più in là ritorneranno.
Un altro di quei libri che non si finisce mai di leggere e che bisognerebbe ricominciare subito appena arrivati all’ultima pagina, per provare a capire di cosa ci parla ancora oggi.
Un altro di quei libri senza meridiani né paralleli.