sabato 17 ottobre 2009

La cosa buffa



… procedendo nella lettura di questo romanzo, intenso e veloce allo stesso tempo, perché guai a fermarsi, si deve leggere tutto in una volta, senza respirare molto, altrimenti si rischia di perdere il filo, si ha come l’impressione che i fatti narrati, le cose che accadono, non sono poi tantissimi, eppure si arriva alla fine del libro dopo aver seguito il narratore per quasi 350 pagine, che invero non è proprio una passeggiata anche perché il linguaggio non è dei più semplici o meglio la costruzione della frase non sempre risulta di facile interpretazione ed allora riuscire a seguire i pensieri del narratore che ci conduce per le calli di venezia inseguendo gli innamoramenti e le passioni ed i primi baci, gli approcci sessuali, dei primi due protagonisti, antonio, un maestro di scuola che viene dalla provincia e vive insieme alla sorella ed al padre, a marocco, un paesino nella campagna fuori venezia, e maria, veneziana, figlia di un industriale delle forniture marittime, può risultare in certi momenti un po’ arduo ed io a volte mi perdo anche perché la cosa buffa è che il protagonista, ebbene sì , anche lui si chiama antonio e chiamandomi anch’io allo stesso modo, a volte mi sembra di confondermi e immedesimarmi un po’ troppo con la storia mentre la sto leggendo, e se a questo ci aggiungo un’altra cosa, che a questo punto comincia davvero a diventare buffa, e cioè che uno dei nomi della mia compagna è lo stesso nome di quello della prima protagonista femminile del romanzo, maria, che è poi anche la prima fidanzata di antonio che compare nella storia, allora mi capita di confondermi un po’ troppo e la frittata è bell’e fatta ma, come in un gioco al rilancio, la storia non finisce qui e la cosa buffa è che maria, oltre ad essere, come ho già avuto modo di ricordare, il nome della mia compagna, è anche il nome di una signorina, la signorina maria, appunto, che ho conosciuto anche profondamente per averci trascorso un po’ di mesi assieme anche se non proprio fisicamente quanto piuttosto perché mi ha attraversato la mente per un periodo sufficiente per scriverci su una storia e a tal proposito spero che anche lei un giorno possa diventare famosa, e mentre proseguo nella lettura mi sembra che la cosa davvero buffa è che lo stile usato da giuseppe berto per scrivere questa storia, che è poi simile a quello usato nella scrittura del male oscuro, romanzo che nel 1964 ha vinto contemporaneamente, prima e forse unica volta nella storia di questi premi, il viareggio ed il campiello, è un po’, o almeno ricorda lontanamente, o forse sarebbe meglio dire l’opposto e cioè che il mio modo di scrivere riecheggia o addirittura scimmiotta quello di berto, lo stile che anch’io uso nelle mie scritture, soprattutto negli ultimi tempi e chissà mai che questo mio modo di scrivere non risalga proprio ai tempi in cui ho letto il male oscuro che mi sono portato dietro e dentro fino ad oggi anche se, beh, questo è un elemento che sicuramente mi distinguerà e la cosa buffa sarebbe se anche a me capitasse la stessa cosa e cioè ottenere lo stesso risultato in termini di riconoscimenti letterari, ma lasciando da parte queste fantasie e ritornando alla realtà a volte mi sento più di essere scrittore che altro, e mi sto convincendo che, pur essendo abbastanza mediocre come scrittore, comunque a volte mi capita di pensare che una delle poche cose buone che sono riuscito a realizzare nella vita è stata la pubblicazione di passaporto per capo verde che, mi rendo conto, non mi dà il diritto di considerarmi scrittore ma comunque è già qualcosa, diciamo che è meglio di niente, e la cosa buffa, continuando nella lettura, è che ho scoperto che antonio dopo aver lasciato maria per motivi che non è il caso qui di illustrare anche perché molto probabilmente nemmeno lo stesso antonio è riuscito a capire e forse questo è anche un po’ la chiave di lettura del libro, e insomma, subito dopo essersi ritrovato se non col cuore libero perlomeno con un profondo vuoto nell’animo per non avere più la possibilità di incontrare e toccare e sfiorare e baciare e via dicendo la sua amata maria, adesso si ritrova a frequentare una tale marica incontrata per caso a venezia e la cosa buffa è che anch’io conosco marica anche se non è la stessa del libro, o almeno penso, perché quella che conosco io non è ungherese e nemmeno bionda, ma, a parte queste differenze di particolari, sembra davvero una storia buffa che queste coincidenze tra le vicende che vado leggendo nel libro riflettano in qualche modo alcuni aspetti della mia vita e sono cose che turbano e lasciano pensare perché è come se avvertissi che qualcuno ha già scritto la mia storia, ed io sto solo vivendo una variante di quella scritta da berto, che non poteva conoscermi anche se ha vissuto in calabria per alcuni anni ed essendo anch’io calabrese, beh, mi sembra che ci sono già abbastanza elementi per indurre una certa preoccupazione al punto che mi viene a volte da pensare che forse non dovrò continuare nella lettura del libro per non rovinarmi il piacere della sorpresa che la vita potrebbe riservarmi e che in ogni caso la vita va vissuta per come viene, e insomma è proprio un bel casino e non so cosa pensare e che conclusione trarre da questa buffa cosa buffa

Giuseppe Berto – La cosa buffa – Rizzoli - 1980 (seconda edizione)