martedì 3 settembre 2013

Latte versato



Un vecchio centenario, forse ricoverato in un ospedale, racconta a qualcuno, a volte a se stesso, episodi della sua vita, della sua famiglia e della storia brasiliana degli ultimi due secoli.
Brevi capitoli che sintetizzano momenti del passato.
A volte parla ad un’infermiera, a volte invece si rivolge alla figlia, o ad un’altra persona, impegnata a scrivere i suoi resoconti, i suoi ricordi, le sue memorie, soprattutto quelle riguardanti la moglie Matilda, altre volte a se stesso.
Alla fine però, inevitabilmente i ricordi si confondono, si sovrappongono, le memorie si affannano. Chi narra può essere il degente, oppure anche uno dei suoi tanti parenti, lui che ha vissuto cento anni, ma anche di più, forse anche due secoli, non importa il tempo, a costruire questa narrazione sono in tanti, che spesso si sovrappongono, in un’unica voce narrante, che si estende e distende avanti e indietro nel tempo senza avvisi per il lettore, il quale si ritrova sballottato qua e là nel tempo e nello spazio, senza che però che questo andirivieni provochi smarrimento, anzi, la lettura scorre liscia, senza creare particolari turbamenti, è uno stile a cui ci si abitua ad affeziona presto, ed anche in ciò sta la grandezza di questo cantautore prestato alla letteratura, o viceversa, dal momento che la scrittura è stata da sempre una sua grande passione, prima ancora che la musica lo facesse diventare famoso.
Chico Buarque de Hollanda - Latte versato - Feltrinelli - 2010
Titolo originale: Leite derramado
Traduzione di Roberto Francavilla

sabato 17 agosto 2013

sabato 6 luglio 2013

Non capisco perché


Mi avvicino e mi dice no, e non capisco perché, non ne capisco le ragioni, se è infastidita o ha paura, anche se non riesco ad immaginare di cosa, e però mi capita spesso di non capire, forse mi conviene così, ma insisto, forse cederà, non potrà resistere a lungo, lasciami stare, non voglio, e continuo a non capire, la preoccupano pensieri, paure, ma non c’è anima viva in giro, non deve dar conto a nessuno di quello che fa, non capisco il motivo di tanta resipiscenza, vorrei portarmela a letto, ma va bene anche sul tavolo della sala, quali sono i tuoi timori, non so capire, non mi rassegno, siamo soli, solo noi due, la prendo per un braccio, cerca di liberarsi, mi procura una lacerazione nella camicia, che adesso pende di lato, sulla spalla sinistra, un brandello di stoffa strappata che non mi procura un dolore particolare, stavo pensando a come reagire, a come fargliela pagare, ma non ero buono nemmeno per questo, non avevo una mossa pronta, avrei atteso il momento giusto, prima che si liberasse del tutto della mia presenza, volevo inscenare un dolore che non sentivo, farla sentire in colpa per qualcosa che neanch’io avevo ben chiaro, forse per non aver accettato di soddisfare le mie voglie, qualunque cosa ciò potesse significare, perché forse non avevo le idee chiare su cosa volevo da lei, o meglio, ero tormentato dai dubbi e non sapevo uscirne, non era amore, questo lo sapevo, ne ero più che sicuro, non poteva esserlo, l’amore è un’altra cosa, che non saprei definire, è qualcosa che si sente, ed in quei momenti di lei volevo solo il suo corpo, che mi assecondasse nelle mie voluttà, poteva bastare, e non sapevo se quella persona ero ancora io, oppure nel frattempo mi ero trasformato, grazie alla forza dell’immaginazione.

domenica 9 giugno 2013

Venezia


Non bastano gli occhi per vedere questa città, anche perché non saprei da dove iniziare, e non so nemmeno quanto tempo mi serve per riuscire a farmi un'idea di cosa significhi vivere a Venezia, non lo sanno i turisti che ci passano pochi giorni, non lo sa nemmeno che vi trascorre un mese, per lavoro o per studio, devi essere nato pesce per capire, o devi essere nato isola, o anche gabbiano, ecco, se fossi un gabbiano potresti capire tante più cose, me lo disse gracchiando poche note stridule, come se fossi in grado di percepire il gabbianese, ma non capisci che viviamo su pianeti diversi, noi due non possiamo intenderci mai, ma non ero del tutto sicuro di quello che avevo appena finito di dire, forse non avevo colto il vero senso del suo pensiero anche se, a ben vedere, quando mi guardava con quei suoi occhi grandi era come se si dispiegasse davanti a me un’enciclopedia da cui potevo trarre infinita ispirazione per la mia attività preferita, e forse stava proprio in questo il senso del suo messaggio e questo per me era una cosa del tutto inaspettata, mi riempiva di un'emozione che non riuscivo a contenere, che si manifestava con versi spontanei, ma anche per mezzo di concetti che non sapevo di poter esprimere, o persino con interi periodi che non mi appartenevano e che invece adesso sentivo miei, grazie proprio alle voci rauche che uscivano dalle bocche, o forse sarebbe meglio dire dai becchi, di quegli animali da sempre disprezzati o anche solo dileggiati, immagina se riuscissi ad ottenere la stessa cosa anche dagli altri uccelli, o da altri animali, queste parole gliele dicevo o forse le sentivo pronunciare, girando per le calli che non avrei mai imparato a conoscere e individuare, così da potermi orientare senza fatica, senza finire cioè in un vicolo cieco, anche se di vicoli non ve n'erano, era strana quella città, in alcuni momenti mi veniva voglia di voltarla sottosopra, solo per la curiosità di vedere cosa ci stava al posto dei sotterranei, e per capire dove sarebbe andata a finire tutta quell'acqua, incredibile, come si può pensare di vivere in un posto così assurdo, al limite delle capacità umane, io di certo non potrei resistere più di qualche ora, e quando poi provo ad orientarmi non ci capisco nulla, finisce che sbaglio sempre, anche quando mi ostino stupidamente a seguire le indicazioni di qualche vecchio veneziano, o quando mi impunto perché voglio a tutti i costi trovare quel tal locale consigliato dalla guida che stoltamente ho comprato e che ancor più stupidamente cerco di seguire, senza capire che a Venezia non c'è un inizio e una fine, è una città ricorsiva, puoi provare a girarla in ogni verso e direzione ma non ci capirai mai niente, o meglio, il tempo che ritorni da dove sei partito e quella non la ritrovi più dov'era o com'era prima, fa presto Venezia a rigenerarsi, e così la gente che ci abita, e anche quella che la visita, per questo quando voglio allontanarmi dalla realtà, quando voglio ritrovare il gusto dell'immaginazione, della fantasia, del sogno anche, non mi resta che venire da queste parti, io mi presto a questo gioco, con convinzione, da una parte ci sono io, che mi rigenero al solo pensarla, dall’altro la città che mi dona la forza di scrivere, ed è davvero un dono, se a distanza di anni dall’ultima volta che l’ho visitata, sto ancora qui a parlarne come fosse stato ieri, o meglio, come se stessi passeggiando per le calli affollate per il Carnevale, o per la Biennale, o comunque perché sono a Venezia, e la gente qui ci viene in tutti i periodi dell’anno e non c’è al mondo altra città uguale, ma forse questa me la potevo risparmiare, tanto è così per tutto e per tutte le città e però, Venezia è davvero unica, anche se non so spiegarlo con altre parole ma dovete credermi, fa parte dell’accordo, per il solo fatto che sono io a dirlo, altrimenti, perché siete stati a perdere il vostro tempo a leggere quanto ho scritto fino a questo punto?

mercoledì 10 aprile 2013

NAIMA II


L’atmosfera è quella di sempre, ormai la conosco, ormai ti conosco, saprei descrivere ogni movimento, tutti i passi che fai per avvicinarti al palco e cominciare la tua esibizione, non ho dubbi sulle prossime mosse, come se ce le avessi impresse da qualche parte del mio cervello e non possono andare più via, non che lo voglia, anzi sei ciò che mi fa vivere, ed io, nonostante tutto, nonostante conosca a memoria i tuoi movimenti, sono sempre qui ad osservarti, forse per trovare qualche segno di novità che ogni sera mi proponi e me ne accorgo solo dopo, il giorno seguente, oppure ancora dopo, quando sono solo, e non mi resta che sentire il tuo profumo ricordando le tue mosse, i tuoi sospiri, la voce che non riesco a non ricordare, la sento sempre, ce l’ho qui dentro me, mi accompagna ad ogni passo, non è mai andata via, non ti sei mai allontanata, me ne accorgo adesso, anche se non ci sei, sento i miei respiri che si affannano a seguire i tuoi respiri, sento le mie forze venir meno, quando ascolto i tuoi pensieri che mi attraversano il petto da parte a parte, lasciando un segno che non potrà andare più via, lo so, e me ne accorgo, e non posso farci niente, me lo tengo, perché così, solo così potrò continuare a vivere, ad avere la sensazione di star vivendo, altrimenti sarebbe la fine, altrimenti è la fine, di tutto quello che c’è stato tra di noi, di tutto quello che sono stato, e non ho più voglia di pensarci, mi resta solo il tuo sorriso di seta che strofino sul corpo ogni volta che voglio pensare a te, dolce follia.

martedì 26 marzo 2013

NAIMA I


Se vieni qui vedrai, vedrai cosa ho da dirti, se vieni, te l’ho detto, ti farò vedere cosa voglio da te, lo vedrai perché così dev’essere, così dovrà andare, non pensare che mi tiro indietro all’ultimo momento, sono qui per questo e non per altro, solo per questo e non per altro, lo ripeto per non essere frainteso, solo una questione di precisazione, se vieni da sola, se vieni a cercarmi, ti dirò quello che non sono stato capace di dirti in tutti questi anni, e capirai, capirai perché tutte le volte che ci vedevamo non riuscivamo mai a finire la serata insieme, te ne andavi con gli altri o con le tue amiche, sai, non è che voglio farti le prediche, è solo per precisare che in tutto questo tempo ti ho attesa, ci ho creduto, non ho perso nemmeno un attimo la speranza di poterti rivedere e ritrovarti,  insieme a me, ed invece, mai una volta a farti vedere, a farti viva, ho sofferto tanto, e adesso che finalmente ho trovato il modo di mettermi in contatto con te, adesso non mi lascio scappare l’occasione per dirti tutto, per raccontarti delle volte che ti ho aspettato anche se non avevo nessun appuntamento, anche se non ci sentivamo più da anni, lunghi anni, cose che non so quantificare, non saprei dire quante volte sono stato ad aspettarti dietro la porta perché mi sembrava di sentire un rumore ma non eri tu, era il vento, o l’abbaiare di una cane o l’ambulanza che lanciava il suo grido in una notte fredda, quanto fredda senza te, ed io ad aspettare, ad aspettare chi non arrivava mai, adesso so, adesso sento che non lo rifarei, anche se sto male, anche se starei molto male, comunque, preferisco stare da solo, non ho voglia di ripetere errori, anche se .....

venerdì 22 marzo 2013

Storia di un vulcano


No, non c’è nessuna storia attorno a quel vulcano, ed io vorrò essere il primo a scriverne una, perché non è possibile che si lasci lì un tesoro, senza che se ne descrivano i lati positivi, ma non solo, anche quelli che sono meno apprezzati, di un vulcano che svetta fin lassù da tempo immemorabile, possibile che non sia venuto mai in mente a nessuno di raccontare la forza di questa montagna?, che pure, di azioni da raccontare ce ne sarebbero, ce ne sono state tante, ma non solo eruzioni, non solo tremolii, e fuoriuscite di gas, di polveri e ceneri, senza dover necessariamente accennare alle correnti di lava che nei secoli passati hanno coperto il mondo tutto attorno, sembra si sia creata una difesa, una sorta di corazza inaccessibile, una forma di sicurezza di cui nessuno è riuscito a capirne o anche solo intuirne la necessità, se n’è stato buono buono finché ha voluto, poi, per chissà mai quale capriccio che sentiva l’urgenza di dover soddisfare, ha deciso di eruttare, di inondare il terreno circostante di roccia viva, che però ha portato morte e distruzione, doveva apparire bello il panorama con i rivoli infuocati che scendevano per i fianchi del vulcano e che in breve si spegnevano e si raffreddavano, lasciando solo sterili distese che ancora oggi fanno apparire quell’area come uno sterminato deserto dove, per quanto impegno possa metterci mano d’uomo, non potrà crescere più niente, e chissà per quanti secoli, per quanti millenni ancora, sembra essere stato così da sempre, nessuna creatura resiste a tanta aridità e secchezza, ma forse non sono, questi, termini appropriati, qua non si può parlare di aridità, come se si volesse contrapporre questi paesaggi a qualcosa di verdeggiante, di florido, no, questo non è un confronto valido, il contrario di queste terre è un altro niente, non sarebbe esatto dire che all’estremo opposto di questi vuoti ci possa essere qualcosa di pieno, non c’è assolutamente niente, non un animale, non un piccolo rettile, né un insetto, nemmeno un qualcosa di invertebrato, ed anche i muschi o i licheni che qualcuno vorrebbe evocare, come unica forma di vita in contesti simili, ebbene, anche quelli sono secchi, morti, fossili antichi di millenni, che nessuna pioggia potrà mai ravvivare, e in tutto questo sarà difficile anche per me riuscire ad inventare qualcosa, ma ci proverò, non mi arrenderò alle prime difficoltà, sono uno tosto io, almeno così mi ritengo, anche se, a dire il vero non ho prove ufficiali da portare a dimostrazione di questo assunto, ma l’importante è che a saperlo sia io, non ho peli sulla lingua, e nemmeno sullo stomaco, è per quei pendii che vorrei vedere arrampicarsi un uomo, uno che presto impareremo a conoscere bene, perché è la sua vita che verrà raccontata, e non solo in questa fase finale del suo percorso, che non è solo fisico, ma anche metaforico, nel senso che si sta avviando verso l’ultima parte della sua esistenza, ed appare chiaro fin da ora al lettore attento che si sta parlando di una persona che sta per morire, ma non perché ormai ha vissuto tanto, anche perché, come si fa a quantificare una vita?, è che malauguratamente sta per andare incontro ad una disavventura che a nessuno farebbe piacere affrontare, no, non è un incontro con un serpente velenosissimo, non ho forse detto che da queste parti non attecchisce niente?, e allora, cosa vi aspettate?, no, non è questo, e se avrete un po’ di pazienza lo scoprirete presto, e senza che lo dica apertamente, certe cose si svelano ai nostri occhi, a quelli della mente, senza necessità che vengano manifestate apertamente, basta un po’ di intuizione e la realtà si rivela come nessuno poteva immaginare, e forse non è nemmeno il caso di continuare, perché c’è già chi ha capito tutto, e ciò che mi capita di chiedermi da un po’ di tempo a questa parte, e sempre con più insistenza, è cosa mai ci sto a fare io, se la fantasia di chi legge supera di gran lunga la capacità di espressione di chi scrive, ed il bello è che non so nemmeno darmi una risposta, ed allora?, tutte le fantasie che avevo messo in moto?, le scalate su per i fianchi del vulcano?, le aspettative di chi mi ha seguito per un po’ nei miei ragionamenti?, tutto il fiato sprecato?, tutte le parole pronunciate?, avranno avuto un significato?, oppure si sono prosciugate, come è successo a queste terre?, che ormai mi hanno tolto persino la forza di continuare, ho sbagliato tutto, era di altro che dovevo cominciare a scrivere, un mare in continuo ed eterno movimento, un sole che dà luce, una primavera che fa rinascere la vita, un alba nuova che mi manca, da tanto, da troppo tempo ormai

domenica 17 marzo 2013

Lo seguirò


Lo seguirò, non temete, non me lo lascerò scappare, gli starò dietro ad ogni costo, ora che l’ho conosciuto, e ne ho scoperto certe qualità, sarebbe un vero peccato se scomparisse ai miei occhi come niente, non me lo perdonerei mai, attenzione dunque, anche nelle circostanze più sconvenienti gli starò alle calcagna, e non lo perderò di vista, lo tallonerò, ad ogni costo, lo ribadisco, è una scommessa, anche se non sarà un’impresa facile, lo so già, dovrò prestare la massima attenzione, anche una piccola distrazione può pregiudicare tutto il lavoro svolto con tanti sacrifici, non devo avere fretta, i problemi si devono affrontare con la dovuta calma, con la necessaria cautela, non sono cose da niente, converrete con me, ho studiato a lungo per arrivare a queste conclusioni, a questi risultati anche, piccoli successi di cui vado orgoglioso, e non sarà per pigrizia, indolenza o peggio ancora, per sventatezza, che correrò il rischio di perderli per sempre, perciò, ripeto, occhio, non sprechiamo tutto con comportamenti ingenui, sarebbe oltremodo difficile ricreare le condizioni per una rinascita, senza possibilità di riscatto, su questo metterei la mano sul fuoco, e a nulla servirebbe rammaricarsi, rimproverarsi certi atteggiamenti, versare lacrime di coccodrillo, e potrei mettere in fila tante altre espressioni di questo tipo, che in fondo esprimono lo stesso concetto, ma penso di aver reso abbastanza chiaramente l’idea, e cioè che arrivato a questo punto, la cosa che più importa è cercare di descrivere le sue mosse, in modo da rendere espliciti i suoi limiti, gli aspetti biasimevoli del suo carattere, perché solo mettendo in evidenza certi difetti sarà possibile evitare che vengano ripetuti anche da altri, e non è cosa di poco conto, riuscire cioè a evidenziare le cose negative che esistono in lui, perché per troppo tempo si è cercato di nasconderle, o di mascherarle, con la scusa di una non meglio specificata ingenuità, o anche col pretesto che, dopo tutto, non era in malafede che agiva quando trattava male le donne con cui si trovava spesso ad uscire, e con le quali finiva immancabilmente a letto, dopo averle raggirate e abbindolate spudoratamente, facendole bere all’inverosimile alcolici di ogni tipo, costringendole persino a drogarsi, senza che sospettassero nulla di quello che stava accadendo, a loro completa insaputa, e tutte ci cascavano, senza eccezione alcuna, non ce n’era una che sfuggiva a questa che era diventata una regola ferrea, non sapevano resistere al suo fascino, al suo fisico anche, e comunque al suo modo di fare, che non saprei ben spiegare, sta di fatto che se non era dopo la prima volta, alla seconda già trovava il modo di spogliarle e sbatterle, e non solo in casa, no, ovunque si trovava, nel bagno di un pub, o di notte, nei giardini pubblici, luogo indicato per certi lavoretti che gli venivano bene, di nascosto, dietro qualche albero, o alla base di talune sculture moderne, senza una forma ben definita, senza capo né coda, ma che si prestavano bene come appoggio per esercizi sessuali acrobatici particolarmente apprezzati dalle sue donne, ma anche tra le auto posteggiate lungo gli argini del fiume, o persino in chiesa, è successo anche questo, durante una pausa dai lavori, gli avevano affidato il compito di restaurare certi affreschi sopra la navata centrale, e lui, non era stato capace di portarsi una brasiliana sul ponteggio più alto, con la scusa di farle vedere da vicino come lavorava, come ravvivava i colori del mantello di una madonna,?, quella volta arrivò a scoparsi una donna a pochi centimetri dal soffitto, in equilibrio su una piattaforma aerea per nulla stabile, non si tirava indietro di fronte ai pericoli, semplicemente non li vedeva, non li considerava pericoli, quando aveva fra le mani una donna non si curava di null’atro, e cosa dovrei fare, non parlarne, ignorare le sue prestazioni?, sono tra le performance più esaltanti, lasciarle da parte significherebbe parlare di un’altra persona, dedicarmi ad un personaggio diverso da quello che ho pensato, e ci ho messo tanto, credetemi, vedo già scolare le tinte sul pavimento della chiesa, l’indaco delle vesti che si perde abbracciando i tubi innocenti per tutta la loro lunghezza, la terra di Siena che macchia il travertino delle colonne, prima le foglie del capitello, poi giù per le scanalature del tronco, fino alla base quadrata, su più livelli, il rosso sangue che dal mantello della vergine si sparge scendendo dritto fin dentro i mosaici del fonte battesimale, quanti fedeli rabbrividiranno d’orrore domani, entrando in chiesa, costretti a fare lo slalom fra le chiazze dei colori sparsi per terra, senza trovare una giustificazione a tanto sacrilegio, il nostro amico non si è curato di lavare le macchie, nemmeno una pulizia superficiale, tutto lasciato alla mercé dei lamenti dei credenti, che in tutto questo non esitano a vedere la mano del demonio, e attaccano a pregare, una catena di orazioni per liberare dai malefici la casa del signore, dove tante volte si sono ritrovati per pregare, per scacciare il maligno, ma dove si è mai sentito che in una chiesa, il luogo sacro per eccellenza, si sia consumato un atto così peccaminoso?, e ce ne vorranno tanti di rosari da recitare, non solo a maggio, non solo le novene, e le processioni, e le tante altre occasioni che il signore ci offre, ogni volta che si presenta per chiederci conto dei nostri comportamenti, non basterà pregare nelle feste comandate, e tutte le domeniche, il giorno del signore per antonomasia, ci vorrebbe un anno intero di preghiere e sacrifici per mondare la santa Chiesa dai turpi traffici che si sono consumati, e che ancora si consumano, all’interno delle sue istituzioni, preghiamo fratelli, perché il signore ci dia la forza di lavare le nostre anime dai peccati che si sono riversati sui nostri corpi fragili e deboli, che sono ricaduti su di noi perché non siamo stati capaci di vigilare sulle nostre case, sulle nostre famiglie, perché il diavolo è sempre alle porte, e solo pregando possiamo elevare una barriera protettiva tra noi e quell’essere spregevole che ci tenta di continuo, in mille modi diversi, ambigui e subdoli, non facciamoci ingannare, quell’essere immondo, quel rappresentante del male estremo, dovrà andare via, non potrà più lavorare qua dentro, ci sono tanti altri bravi imbianchini che saranno contenti di servire il signore, e di rendere la sua casa come rinnovata, così che possiamo ritornare a svolgere le sacre funzioni con rinnovato amore, non dobbiamo farci imbrogliare di nuovo da quel furfante, bisogna alzare la soglia di attenzione, il pericolo si può nascondere dietro ogni angolo, e questo lo diceva con grande convinzione, che veniva resa con la voce alta, con gesti ampi delle braccia, coperte e assecondate dagli ondeggiamenti degli abiti talari, con uno sguardo fisso su un punto che conteneva tutta la folla, che in quel momento era attenta alle sue parole, che sembravano spargersi per tutta la chiesa, come se stessero uscendo dal turibolo che un chierichetto muoveva avanti e indietro per inondare lo spazio circostante di essenze di resine orientali, che si infilavano nei corpi dei fedeli, irritando le loro narici ed arrivando nello stomaco, le viscere attorcigliate non resisteranno molto alle fumigazioni con questo copale messicano, tanto intenso quanto disgustoso per alcuni, e per molti altri insopportabile, dobbiamo essere preparati al peggio, in ogni momento, non dobbiamo distrarci, non possiamo permettercelo, dobbiamo stare uniti, più che mai, perché solo stando uniti possiamo opporci al nemico, possiamo combattere il male assoluto, non dimentichiamolo, l’unione fa la forza, e non è solo un modo di dire, ché altrimenti se ne potrebbero trovare di più efficaci, di più adeguati ed utili alla fattispecie, è che certi detti sono validi sempre, in ogni circostanza, sono ineccepibili, indiscutibili, e in ogni caso, non siamo mica arrivati a questo punto per mettere in discussione quanto detto finora, ormai, quel che è fatto è fatto, i diritti acquisiti non si toccano, non si torna nuovamente sulle cose dette, si perderebbe solo tempo inutilmente e abbiamo ancora molto da raccontare, e non solo di questa persona che ormai è passata in secondo piano, ce lo siamo quasi dimenticato, non ci ricordiamo nemmeno dove l’abbiamo lasciato, chissà quanti di voi stanno ancora pensando alle acrobazie sui ponteggi dentro la chiesa, da cui tutto sembra aver avuto origine, ma non è così, svegliatevi, quello è andato avanti, non si ferma mai, cosa pensate?, sottovalutarlo è l’errore più grande che possiamo compiere, dobbiamo inseguirlo, cercare di evitare che commetta altre azioni che potrebbero causare danni maggiori ...

domenica 10 febbraio 2013

Nel vento



Il lettore legge sempre un libro diverso rispetto a quello che l’autore ha scritto.
Entra nelle pagine con la propria cultura, con la propria preparazione, con la propria esperienza. Che è necessariamente altra, diversa da quella dell’autore.
Non può, il lettore, capire tutto di quello che legge (di certo nemmeno l’autore può possedere un quadro completo di tutte le implicazioni che ciò che ha scritto può provocare e suscitare in un lettore. Ma questo è un altro discorso).
Ho letto “Nel vento”, ultimo lavoro di Emiliano Gucci, e mentre lo leggevo sentivo che mi suscitava delle impressioni, delle reazioni, delle riflessioni, dei quesiti, che in ordine sparso riporto di seguito.

Nel vento
Subito, fin dalle prime righe, senza mezzi termini, veniamo informati che il narratore ha perso il fratello in circostanze tragiche, e più tardi anche la sua compagna. E, ci viene detto anche, che è per questo che corre.
C’è una persona che corre, dunque, che sta per iniziare una corsa che sembra importante.
Nella realtà la corsa non dura che una manciata di secondi. Emiliano Gucci invece è riuscito a costruirci un romanzo in cui la narrazione, incentrata su questa corsa, si protrae per oltre cento pagine.
Nella fase immediatamente precedente la corsa, fermo sulla linea di partenza, il protagonista torna a pensare ad episodi della sua vita, e contemporaneamente osserva e commenta i comportamenti dei suoi compagni di gara.
Un puzzle di ricordi, che arrivano all’improvviso, senza preavviso, da mondi ed esperienze diversi, che convergono a costituire e costruire il passato. Il narratore sembra attingere da un repertorio di frasi custodite in un archivio via via arricchitosi di impressioni suscitate dalle tante esperienze vissute. Sembra di assistere ad una caccia al tesoro dei ricordi.
I fatti rievocati si manifestano come episodi isolati, che all’apparenza sembrano non avere un filo conduttore comune. Eppure ci dovrà pur essere! Sono curioso di scoprire anche questo aspetto, qual è il collante, cioè, che tiene uniti tutti questi episodi.
Vengo catturato dalla lettura, ma forse, per rendere giustizia ad Emiliano Gucci, sarebbe più corretto dire dalla qualità della scrittura/struttura della narrazione.

Risposte nel vento
E il racconto va avanti di questo passo, suscitando nel lettore una certa curiosità. Vorrebbe sapere, ad esempio, per quante pagine il romanzo potrà continuare così, o il perché di quel titolo, o ancora che parte avrà il bellissimo uccello che appare in copertina, e vorrebbe avere delle risposte chiare alle tante altre domande che sorgono spontanee man mano che si inoltra nella lettura.
Ci fu un tempo in cui, proprio nel vento, successe che un lupo paralizzò il protagonista ed il fratello, dopo averli raggiunti con lo sguardo. Sarà questa la risposta ad uno dei quesiti?
C’è l’attesa della corsa, e c’è l’aspettativa di capire come e perché il fratello del protagonista sia stato ucciso dal padre: sono molle fondamentali che fanno andare avanti senza alcun indugio nella lettura.
C’è una falsa partenza e un centometrista viene squalificato.
C’è un’altra falsa partenza. Altra squalifica.
Ci sono proteste tra il pubblico, fomentate dalle reazioni del secondo corridore squalificato. La corsa rischia di essere sospesa.
Quanta azione c’è in queste pagine?
C’è la pioggia, tanta pioggia, come in “L’umanità”, il precedente romanzo di Gucci e c’è molto altro ancora.
Ci sono almeno due motivi, fra altri, che mi spingono a continuare la lettura di questo romanzo: che l’autore si decida a svelarci cosa è successo veramente al fratello del protagonista, e sapere come andrà a finire la corsa.
Mi chiedo anche se sia stato facile, narrativamente parlando, rimandare per così tante pagine il momento dello start, o se l’autore aveva strutturato fin dall’inizio così il romanzo, in maniera da far durare tanto questa fase prima dello sparo o se, ad esempio, poteva durare anche per molte altre pagine, se chi ha scritto si è fatto prendere la mano ed ha seguito un istinto, fino a quando non ha ritenuto di essere abbastanza soddisfatto di quello che è riuscito a costruire.
Chissà se la corsa è qualcosa di fondamentale nell’economia della storia, un’ambientazione indispensabile, oppure tutti i ricordi, le scene del passato, potevano essere rievocati, con la stessa significativa potenza in un qualsiasi altro contesto.
Qual è la storia, infine? La storia è la corsa, la sua preparazione, la parte finale?
In fondo la descrizione della gara in sé non c’è quasi, dura meno del tempo effettivamente impiegato per essere percorsa.
Ecco, se avessi di fronte Emiliano Gucci, sono queste le domande che mi piacerebbe porgli, per soddisfare curiosità che forse sono legittime ma forse hanno poco senso, perché ognuno scrive per rispondere ad un’esigenza che non sempre è in grado di spiegare o contenere, e spera, almeno per il tempo della scrittura, di vivere un periodo di appagamento o felicità che difficilmente potrebbe vivere in altro modo.

Aspettative del lettore
Ed al lettore, cosa resta alla fine di questa gara?
Un sentimento di delusione, per non aver colto, o intuito fin dall’inizio, distratto forse dalla forza dell’evocazione, chi è stato, ad esempio, ad aver raccontato questa storia, o se la storia doveva necessariamente essere questa, oppure poteva anche essere un’altra, e cosa ha fatto sì che fosse questa e non un’altra; o di frustrazione, per non aver ricevuto risposte soddisfacenti ai tanti dubbi sorti nel corso della lettura.
Ed allora, non gli resta che ricominciare a leggere il romanzo, subito appena girata l’ultima pagina, oppure anche a distanza di tempo, per riassaporare la gioia della lettura di questo splendido lavoro, per capire come, con dosaggio persino estenuante, l’autore ci presenta dettagli di un passato che stenta a definirsi nella sua interezza, e per capire, allo stesso tempo, come abbia saputo saggiamente disseminare lungo la narrazione quegli elementi necessari a ricostruire un puzzle che, una volta ricomposto, disvela l’opera di uno scrittore che, approdato alla Feltrinelli, potrà finalmente essere apprezzato per le sue qualità anche da un pubblico più ampio.
Lo stile narrativo fa pensare ad una sorta di lungo monologo, di confessione anche, ricreato a volte con una scrittura rapsodica, modulata sul ritmo di una memoria che recupera ricordi da un passato avvolto in un’aura di mistero, forse anche troppo, con mele morse rimaste su un tavolo, teste di gatti tagliate di netto, verità tenute opportunamente nascoste, un passato che non c’è più, o non serve più. È passato, appunto, e forse il fine della scrittura, del narrare, attraverso la rievocazione, è proprio questo. Una volta finito l’esercizio della narrazione, una volta che la corsa è finita, quel passato non serve più.

Corsa come metafora della scrittura
Ci potrebbe essere anche un’altra chiave di lettura di questo romanzo, e per spiegarla devo innanzitutto accennare ad un mio limite, o piuttosto una sorta di deformazione professionale che però di professionale ha ben poco: ogni volta che leggo un romanzo, quando provo ad analizzare il testo, non posso fare a meno di individuare e rinvenire nelle parole, nelle frasi che ho davanti, una frequente interrelazione ed un continuo parallelismo tra l’oggetto della narrazione e la pratica della scrittura.
Così, a voler dar credito a quest’altra interpretazione, la corsa, quella del romanzo, diventa metafora della scrittura.
A ricercare nel testo, tanti sono i passaggi, inquadrati nel contesto della corsa e di quanto gira attorno, in cui è possibile rinvenire riferimenti all’arte della scrittura.
C’è anche il discorso della droga nello sport, del doping, delle scommesse, delle combine, ma questi aspetti, anche se rivestono un ruolo importante nel contesto della vicenda narrata, preferisco non affrontarli o lasciarli in secondo piano.
Ciò che qui mi interessa sottolineare, ancora una volta, sono alcuni passaggi che, anche in questo caso, possono ricondurre la narrazione agli aspetti interessanti dell’attività della scrittura (“Il mio corpo è gestito da altri”)
E quanto al rapporto con Caterina, questo passaggio: “Io, nei giorni in cui ero veramente innamorato di Caterina abitavo la sua anima, in certi precisi momenti, io ero lei” mi fa venire in mente la celebre frase “Madame Bovary c’est moi” di Flaubert.
E proseguendo: “... potevo sentire quello che lei sentiva, ragionare con la sua testa ma soprattutto vivere l’istante con il suo corpo”.
E gli esempi possono continuare, anche con riferimento ad altri personaggi: “A volte, al momento dello start, distraendomi mi distolgo da me stesso e mi sembra di cogliere le anime  di tutti i miei avversari. Mi sembra di sentire le loro attese, i motivi. Singolarmente ognuno di loro si mostra a me , il suo cuore diventa io...”.
C’è lo sforzo di organizzare gli elementi che serviranno per la costruzione della trama, e c’è allo stesso tempo la faticosa ricerca delle parole adeguate per scrivere una storia su una corsa importante: “Ne trovo soltanto alcune, mentre intuisco che tutte le altre verranno quando sarà il momento opportuno” fa dire Gucci al narratore.
C’è il “posto giallo”, metafora della fantasia, dell’immaginazione, dove tutto è possibile, tutto ha diritto di cittadinanza, tutto può trovar luogo: “...era nel nostro mondo giallo che potevamo trovarci senza bisogno di gesti né parole”, oppure “Basta camminare fino a lì per sapere di trovarci Caterina”, o ancora “... ho sognato un posto giallo perfetto per noi”.
C’è, in definitiva, un dialogo costante, o comunque un rapporto continuo, con l’opera che sta lentamente nascendo.

Finale di partita
La corsa anche come un’occasione per scappare, per fuggire.
Il protagonista corre per liberarsi dalle conseguenze di un fatto traumatico, occorso in un altro tempo, un evento che ritorna, e che determina e condiziona la vita nel presente, che continua a dispiegare i suoi effetti sull’oggi, prima che si verifichi un evento che gli consentirà di affrancarsi dall’incubo che si è portato dietro per tanti anni.
Il passato quindi è “presente” anche in questo caso, come in “L’umanità”.
Il protagonista vuole vincere, per dire l’ultima cosa che resta da dire, per smascherare la trama, o per finire tutto, e lasciare che i riflettori si spengano per sempre.
Era scritto che sarei tornato a correre
La corsa così si trasforma e diventa una fantasia, più esattamente una “aleatoria fantasia”.
Anche la corsa in sé è fantasia.
La fine della corsa, il taglio del traguardo, coincide con la liberazione da un peso opprimente, e quel “magnifico dolore”, motore primo che muove la scrittura, e che in questo caso ha prodotto “Nel Vento”, può essere utilizzato nuovamente per ricominciare tutto da capo, per la creazione di un’altra storia.

Emiliano Gucci
Nel vento 
Feltrinelli - 2013

sabato 9 febbraio 2013

Il segreto dei suoi occhi



Avvertenza: in questo post viene raccontata minuziosamente la trama del romanzo, dall'inizio alla fine, capitolo per capitolo.


Eduardo A. Sacheri - Il segreto dei suoi occhi

Festa di addio Narrazione in terza persona
Per Benjamin Miguel Chaparro, vicecancelliere di un tribunale, è arrivato il momento del pensionamento. Organizza con alcuni colleghi una cena per l’occasione ma all’ultimo momento decide di non partecipare. Si reca invece nel suo ufficio, dove trova il suo dirigente, anzi la sua dirigente, Irene. Le rivela che una volta finito di lavorare, visto che ha tempo a sufficienza, intende scrivere un romanzo e per questo le chiede l’autorizzazione, accordata senza alcuna esitazione, di utilizzare per alcuni mesi una macchina da scrivere.
Capitolo 1 Narrazione in prima persona
Il narratore, (Chaparro?) da due settimane in pensione, dice di voler scrivere la storia di Ricardo Morales (“o quella di Isidoro Gómez, che è la stessa ma vista dall’altro lato, a rovescio”).
Intanto veniamo a sapere che lo stesso narratore ha avuto due matrimoni, con Marcela prima e con Silvia dopo, dalle quali ha divorziato.
Sa di non aver abbastanza immaginazione per scrivere un romanzo e perciò pensa di scrivere senza inventare niente, raccontando cioè una storia vera, che conosce per esserne stato testimone molti anni prima.
È dibattuto su vari aspetti tecnici della narrazione, ad esempio quale persona usare per la narrazione e decide di cominciare di raccontare in prima persona, oppure che tipo di lessico usare, o ancora da quale punto cominciare a raccontare la storia.
Capitolo 2 Narrazione in prima persona
Il narratore racconta di Ricardo Agustín Morales. La narrazione comincia con l’episodio dell’ultimo incontro, avvenuto il 30 maggio 1968, tra Morales e la moglie, Liliana Colotto.
Cinema Narrazione in terza persona
Il narratore racconta degli sforzi di Benjamin Chaparro di scrivere il romanzo. Per la soddisfazione di essere finalmente riuscito a scrivere l’incipit, dopo vari tentativi andati a vuoto, decide di andare al cinema.
Capitolo 3 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro racconta che alle 8:05 del 30 maggio 1968, mentre era in servizio al tribunale di primo grado, squilla il telefono. Con tutta probabilità si tratta della polizia che comunica un caso di omicidio appena scoperto.
Capitolo 4 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro racconta che il 30 maggio 1968 riceve l’ordine dal superiore (Fortuna Lacalle) di recarsi sul luogo di un omicidio, fra avenida Niceto Vega e calle Bonpland, nel quartiere Palermo, per supervisionare il lavoro della polizia.
Nel frattempo impreca e si lamenta con se stesso per non essere riuscito a laurearsi in diritto, con la conseguenza che si ritrova a dover eseguire ordini impartiti dai superiori che considera incapaci e coglioni.
Capitolo 5 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro arriva sulla scena del delitto qualificandosi come vicecancelliere del tribunale di primo grado n. 41.
La vittima è una giovane donna sui vent’anni rinvenuta nuda, supina per terra in camera da letto.
La morte è avvenuta per strangolamento.
L’ispettore Báez informa Chaparro dell’identità della vittima: Liliana Colotto, ventitre anni, maestra, sposata con Ricardo Agustín Morales, cassiere del Banco Provincia. La polizia è stata avvisata da una vicina di casa della vittima che alle 7:45 ha sentito delle urla e guardando dallo spioncino della sua porta ha visto un uomo piccoletto e dai capelli scuri uscire dalla casa della donna. Avvicinatasi alla porta d’ingresso lasciata aperta ha visto la ragazza distesa per terra ed ha chiamato la polizia.
Arriva Falcone, il medico legale, per i rilievi del caso. Ad una prima valutazione risulta che la donna è stata violentata e strangolata.
L’ispettore e Chaparro si avviano verso il luogo di lavoro di Morales per avvisarlo dell’accaduto.
Capitolo 6 Narrazione in prima persona (Chaparro)
In banca. Incontro con Morales
Capitolo 7 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Báez comunica a Morales che la moglie è stata assassinata in casa. Chaparro ci informa che nel 1968 lui era sposato da tre anni.
Capitolo 8 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Pedro Romano, collega di Chaparro, gli annuncia che la faccenda è chiusa. Pensa che si sia giunti a conoscere la verità sul caso, con l’accusa nei confronti di due muratori che nei giorni del delitto stavano lavorando nell’appartamento n. 3, proprio di fronte a quello dove è stato rinvenuto il corpo della donna uccisa. L’informazione gli è stata passata dall’agente Sicora, della squadra Omicidi.
Capitolo 9 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro si reca al commissariato dove i due muratori stanno per essere interrogati. Le accuse ai due però si rivelano del tutto infondate. Anzi, Chaparro presenta una denuncia nei confronti di Romano e Sicora per abusi nei confronti dei due muratori.
Capitolo 10 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro intende aiutare Morales nella ricerca della verità. I due si incontrano in un bar di Calle Tucumán e si scambiano un po’ di impressioni sull’accaduto. Chaparro gli rivela che la verità sul delitto ancora non c’è e che le accuse ai due muratori si sono rivelate prive di fondamento.
Capitolo 11 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro fa di tutto per non archiviare il caso. Il termine per le indagine è finito, ma falsifica una data sugli atti in modo da avere ancora del tempo per la ricerca della verità. Scopre dalla perizia fatta subito dopo il delitto che la donna era incinta di due mesi.
Telefono Narrazione in terza persona
Col pretesto di consultare il fascicolo del procedimento giudiziario relativo al delitto della Colotto, necessario per la scrittura del romanzo, Chaparro ritorna al suo vecchio ufficio, ma confessa a se stesso che il vero motivo che lo spinge fin là è la voglia di rivedere Irene, la sua ex capufficio, per cui prova un sentimento d’amore da trent’anni, senza essere mai riuscito ad esplicitarlo.
Veniamo a sapere che Chaparro è stato il primo capoufficio di Irene quando lei ha cominciato a lavorare in tribunale come tirocinante. Allora, sono passati trent’anni, lui aveva 28 anni, dieci in più di Irene.
Scuse e partenze Narrazione in terza persona
Chaparro spiega a Irene il motivo per cui è andato in tribunale. Veniamo a sapere che i due si sono conosciuti nel 1967 quando Irene era arrivata in Tribunale per uno stage. Successivamente Irene viene assunta come cancelliera e col tempo i due si allontanano per motivi di lavoro e poi ritornano di nuovo a condividere lo stesso Ufficio. Nel 1976 Chaparro lascia Buenos Aires per San Salvador de Jujuy. Intanto Irene scala i gradini della carriera professionale venendo promossa procuratore nel 1981, mentre Chaparro nel 1983 ritorna nella capitale con la seconda moglie Silvia, dalla quale presto divorzierà. Irene invece ha tre figlie, nate dal matrimonio con l’ingegnere Arcuri. Chaparro aveva vissuto per quasi trent’anni segretamente innamorato di Irene fino a quando cioè arriva il momento del pensionamento.
Archivio Narrazione in terza persona
Chaparro viene introdotto da un impiegato, già suo collega, nell’archivio del tribunale.
Sarto Narrazione in terza persona
Chaparro, rimasto da solo in archivio, ricorda un suo ex impiegato, Pablo Sandoval, esperto nel cucire e rilegare i dorsi dei fascicoli, e morto all’inizio degli anni ’80.
Incartamenti Narrazione in terza persona
Chaparro ritrova il fascicolo relativo a Liliana Emma Colotto che è connesso con quello intestato a Isidoro Antonio Gómez. Ripercorre i particolari del delitto fino a quando arriva al foglio n. 208 dove ritrova la dichiarazione di Morales dell’agosto 1968, il quale sostiene di essere venuto a conoscenza di “informazioni importanti al fine di chiarire i fatti”. Nel foglio 209 compare per la prima volta il nome di Isidoro Gómez e in quello successivo il decreto del 10 settembre con il quale le autorità spiccano un mandato di comparizione nei confronti dello stesso Gómez.
Capitolo 12 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Morales dà appuntamento a Chaparro perché gli vuole far vedere delle foto di Liliana. Tra queste Chaparro ne individua alcune in cui ricorre un personaggio che sembra attirare la sua attenzione in modo particolare. Veniamo a sapere che si tratta di tale Isidoro Gómez. Sappiamo anche che Liliana è di San Miguel di Tucumán, e che ha insegnato un anno prima di trasferirsi a Buenos Aires.
Capitolo 13 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Delfor Colotto riceve una lettera da Morales, suo genero, il quale gli comunica che ha urgentemente bisogno di aiuto, anche se non ci viene spiegato di cosa si tratta. Delfor allora con una scusa si rivolge alla signora Clarisa, sua vicina di casa, madre di Isidoro, la quale informa Colotto che Isidoro si è trasferito a Buenos Aires, dove ha trovato lavoro in un cantiere. Delfor appare soddisfatto dalle informazioni ricevute.
Capitolo 14 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Dieci giorni dopo la sera delle foto Chaparro va a trovare l’ispettore Báez. Gli fa vedere le foto e gli dice di aver chiesto a Morales di scrivere una lettera al suocero affinché questi individui il domicilio di Isidoro Gómez, cosa che Delfor ha fatto, comunicando l’informazione al genero. Veniamo a sapere che Gómez era segretamente innamorato della vittima. Quando Báez viene a sapere da Chaparro che l’incontro ed il dialogo tra Delfor Colotto, suocero di Morales, e la signora Clarisa, madre di Isidoro Gómez, è avvenuto una decina di giorni prima, dà ordine a Leguizamón di ricercare e arrestare una persona (Gómez?).
Capitolo 15 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Báez illustra a Chaparro la sua ipotesi su Isidoro. Una volta che Liliana si trasferisce a Buenos Aires, Gómez, pur profondamente innamorato di lei, non riesce a fermarla né a seguirla nella capitale. Dopo vari mesi e tormentandosi sul da fare e sapendo che Liliana si è nel frattempo sposata, decide di partire anch’egli per Buenos Aires. Comincia a pedinare e seguire gli sposi fino ad imparare le abitudini ed è così che quando decide di uccidere Liliana passa all’azione, entra nell’appartamento, la violenta e la uccide strangolandola. Secondo la ricostruzione di Báez, Gómez una volta ucciso la donna, va tranquillamente a lavorare.
I due si salutano. La sera Báez informa Chaparro del risultato della ricerca affidata a Leguizamón: Isidoro è scomparso da tre giorni dalla pensione in cui alloggiava da mesi. Al lavoro ha spiegato al capocantiere di dover ritornare a Tucumán perché sua madre è gravemente malata.
Báez ipotizza invece che Isidoro è scappato via da Buenos Aires perché sapeva di essere ricercato. Chaparro riprende il fascicolo della pratica Morales e su un foglio di carta intestata Poder Judicial de la Nación batte a macchina una data fittizia del mese di agosto.
Capitolo 16 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro ripensa agli stratagemmi che trent’anni prima aveva attuato per non archiviare la pratica Colotto: far firmare un ampliamento delle sue dichiarazioni testimoniali a Morales, far firmare le pratiche al giudice Lacalle, quelle che autorizzavano l’apertura di un altro fascicolo, senza che egli si avvedesse che stava firmando un ordine con una data di 4 mesi prima, una dichiarazione di Morales che riferiva dei suoi sospetti su Gómez, la circolare che ordinava il mandato di comparizione a Gómez.
Nome e Cognome Narrazione in terza persona
Si narra di Chaparro che pensa ad Irene e a come proporle una relazione amorosa. Pensa al titolo del romanzo.
Capitolo 17 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro viene convocato per deporre nell’inchiesta contro Romano e Sicora per gli abusi commessi contro i due muratori. Il giudice incaricato, Batista, convoca Chaparro e lo informa che aveva ricevuto un ordine “dall’alto” di archiviare la pratica senza imputati.
All’epoca, era il 1969, Chaparro era sposato da quattro anni con Marcela.
Capitolo 18 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro racconta dell’incontro, nell’agosto del 1969, con Morales, alla stazione Once. Morales sorveglia varie stazioni della città nella speranza di individuare tra la folla Gómez, che considera l’assassino di Liliana. I due si lasciano e Chaparro tornando a casa comunica a Marcela la sua decisione di andare a vivere da solo.
Capitolo 19 Narrazione in terza persona
Lunedì 23 aprile 1972, su un treno diretto ala stazione di Once, Saturnino Petrucci controlla i biglietti dei passeggeri. Dopo un inseguimento per vari vagoni individua un uomo di statura bassa, con i capelli neri ed un giubbotto blu senza biglietto col quale ha una animata discussione. I due in breve passano alle mani. Petrucci riesce ad immobilizzare il trasgressore ed alla stazione di Flores lo consegna alla locale Polizia. Ad Once a Petrucci fu riscontrata una frattura del setto nasale come conseguenza del litigio. Petrucci viene a sapere che a carico del trasgressore c’era un ordine di cattura per omicidio. Si trattava di Isidoro Gómez.
Capitolo 20 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Il giorno dopo Báez informa Chaparro dell’arresto di Gómez.
26 aprile 1972, Chaparro fa condurre Gómez nell’ufficio della cancelleria e avvia un interrogatorio verbalizzandone i contenuti. Emergono i dubbi di Chaparro sulla reale colpevolezza di Gómez nell’omicidio di Liliana,
Capitolo 21 Narrazione in prima persona (Chaparro)
L’interrogatorio continua. La testimonianza di Gómez prende la forma di confessione per omicidio aggravato. Il documento viene sottoscritto da Julio Carlos Pérez, difensore d’ufficio e Gómez viene inviato nel carcere di Devoto.
Capitolo 22 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Il giorno dopo Chaparro si reca in Plaza Once dove è fiducioso di incontrare Morales per informarlo dell’arresto di Gómez quale assassino di Liliana, ma Morales non c’è. Ritorna nel nuovo appartamento di Almagro.
Capitolo 23 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro incontra Morales il martedì successivo e lo informa dell’arresto di Gómez. Ancora pochi passaggi e la pratica sarà chiusa.
Astinenza Narrazione in terza persona
Il libro di Chaparro a questo punto potrebbe terminare.
Il caso è chiuso. Chaparro sembra soddisfatto del lavoro realizzato e della ricostruzione degli eventi. Ma sa che la storia non si è fermata lì e che non è stato raccontato tutto.
Ha voglia di vedere Irene, le telefona e fissa un incontro per il giovedì successivo.
Capitolo 24 Narrazione in prima persona (Chaparro)
In carcere già da un mese Gómez viene alle mani con due detenuti, Quique e Culebra.
Capitolo 25 Narrazione in prima persona (Chaparro)
A seguito delle percosse Gómez si risveglia dopo tre giorni nell’infermeria del carcere. Lo conducono negli uffici dove c’è un funzionario che lo conosce per avere analizzato il caso dell’omicidio Colotto e lo ricostruisce insieme a Gómez. Dato che ha bisogno di un collaboratore, finisce per chiedere a Gómez se è disponibile a lavorare per lui.
Caffè Narrazione in terza persona (Chaparro)
Chaparro va a trovare Irene
Capitolo 26 Narrazione in prima persona (Chaparro)
26 maggio 1973, arriva in tribunale un agente penitenziario del carcere di Devoto per notificare in atto in cui si comunica che Gómez è stato rilasciato.
Capitolo 27 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Risulta che Gómez è stato scarcerato grazie all’amnistia per i prigionieri politici
Capitolo 28 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Báez racconta a Chaparro le vicende carcerarie di Gómez. Peralta, responsabile del centro di intelligence a Devoto, ha reclutato Gómez per controllare il reparto dei prigionieri politici.
Capitolo 29 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Nel 1971 Sicora era morto in un incidente stradale. Romano, grazie al suocero, era passato nelle forze dell’intelligence antisovversivi. Ciò gli aveva permesso di prendere il colpevole sotto la sua ala protettiva.
Capitolo 30 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Giugno 1973, Chaparro dà appuntamento a Morales per aggiornarlo della situazione di Gómez ma è già a conoscenza della scarcerazione.
Altro caffè Narrazione in terza persona
Chaparro e Irene di nuovo da soli in ufficio. Chaparro vive questa situazione con forte disagio e non riesce a comunicare con lei e ad esprimersi come vorrebbe.
Dubbi Narrazione in terza persona
Problemi narrativi di Chaparro nella scrittura del romanzo.
Capitolo 31 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Il 28 luglio 1976 Sandoval in ufficio informa Chaparro che il giorno precedente i militari sono entrati a casa di suo cugino Nacho e l’hanno portato via.
Capitolo 32 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro esce e va a cercare Sandoval che intanto era arrivato in un bar di calle Venezuela. Sandoval beve fino ad ubriacarsi e comincia a sfasciare tutto. Chaparro è costretto a pagare i danni subito per evitare che il padrone del locale chiami la Polizia.
Capitolo 33 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro accompagna col taxi Sandoval a casa e se ne ritorna all’alba a piedi. Quando arriva a casa vede la porta aperta e scopre che l’appartamento è stato messo a soqquadro, tante cose sono state distrutte, scomparsi il televisore e lo stereo
Il rubinetto del bidè aperto ed un messaggio di minaccia di morte sullo specchio del bagno.
Capitolo 34 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro si chiede chi possa essere stato (è il 29 luglio). Arriva Báez, il quale lo consiglia di andare per una settimana a vivere in una pensione, la Bandierita, spacciandosi per tale Abel Rodriguez, e di non uscire se non al massimo per fare un po’ di spesa. Nel frattempo Báez avrebbe condotto delle ricerche sulla vicenda.
Capitolo 35 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Dopo una settimana passata nella pensione Chaparro e Báez si incontrano in un locale dalle parti della stazione Rafael Costillo. Báez rivela a Chaparro che gli autori della devastazione dell’appartamento fanno parte di un gruppo di fuorilegge al servizio del governo, una cellula collegata con Romano e Gómez e che anzi Gómez aiuta Romano nella cattura degli avversari politici.
Romano vuole vendicarsi ammazzando Chaparro perché pensa sia l’autore dell’assassinio di Gómez a Villa Lugano.
Capitolo 36 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro pensa che sia stato Morales a far sparire Gómez a Villa Lugano. Sospetto confermato da Báez, il quale è venuto a sapere da una coppia di vecchi di alcuni particolari, tra cui il fatto che Gómez è stato aggredito e colpito alla testa con una grossa spranga. È stato poi caricato nel bagagliaio di una macchina, e successivamente ucciso e seppellito in un luogo non conosciuto.
Capitolo 37 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro prende la corriera per San Salvador de Jujuy, molto lontano da Buenos Aires, così come lo aveva consigliato Báez, per una questione di sicurezza e incolumità personale.
Capitolo 38 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Il giudice spiega a Chaparro che viene trasferito anche come impiego, pur mantenendo lo stesso incarico.
Capitolo 39 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro viene a sapere della morte di Sandoval. Sono passati sei anni da quando Chaparro se era trasferito a Jujuy, e adesso ritorna a Buenos Aires per il funerale dell’amico. Anche Báez è morto, nel 1980. A Jujuy Chaparro ha conosciuto Silvia, la seconda moglie.
Nuovi dubbi Narrazione in terza persona
Ancora dubbi di Chaparro sul romanzo che sta scrivendo. Deve parlare di Silvia? Con lei aveva vissuto tanti anni e quando si erano trasferiti a Buenos Aires lei comincia ad avvertire nostalgia dei luoghi in cui era nata e in poco tempo decide di lasciare Chaparro e ritornare al suo paese.
Chaparro ritorna a vivere da solo a Castelar.
Il 9 febbraio 1991 Irene torna in tribunale nelle vesti di giudice.
Capitolo 40 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro in tribunale riceve una lettera da Morales, che si rifà vivo dopo vent’anni dall’ultimo contatto. È il 26 settembre 1996. primo sciopero contro il governo Menem.
Morales con la lettera chiede a Chaparro di far arrivare alla vedova di Sandoval una somma di danaro in segno di gratitudine alla sua memoria.
Malato da tempo, Morales nella lettera annuncia a Chaparro la sua intenzione di suicidarsi. Lo invita ad andare a casa sua, a Villegas, dove si è trasferito dal 1973.
Capitolo 41 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro parte all’alba per Villegas. Entrato in casa di Morales trova su un tavolo una busta per la signora Sandoval. In camera da letto trova il cadavere di Morales e una lettera che riporta il suo nome come destinatario.
Capitolo 42 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro legge la lettera. Ci sono istruzioni di andare nel capanno degli attrezzi, distante cinquecento metri dalla casa.
Capitolo 43 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro entra nel capanno e dentro un enorme cella scopre il cadavere di Isidoro Antonio Gómez.
Capitolo 44 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Chaparro scava una buca per seppellire e nascondere il cadavere di Gómez.
Capitolo 45 Narrazione in prima persona (Chaparro)
Arriva la polizia per i rilievi e l’ambulanza. Il lunedì successivo si tiene il funerale di Morales.
Resa Narrazione in terza persona
Chaparro pensa di aver completato il romanzo perché non resta più niente da raccontare. Deve decidere cosa fare delle pagine scritte. Dovrà restituire la macchina da scrivere. Durante il percorso scende alla stazione Once, dove si era incontrato due volte con Morales. Si perde di continuo nei ricordi. Infine arriva in tribunale dove sa che incontrerà Irene, unico motivo valido per continuare a vivere.