domenica 15 giugno 2014

Riscrivendo Malone muore - 4

Dov’eravamo rimasti? Sì, perché intanto siamo ad un altro giorno e oggi c’è una novità che mi pare importante riferire, oggi mi è capitato tra le mani un cofanetto di musica celtica ad un prezzo davvero invitante e non ho saputo trattenermi dal comprarlo, anche se, a dire il vero, non è un tipo di musica che amo, ma forse sarebbe più corretto dire che non conosco, e però, adesso che ho ripreso questa scrittura, anzi questa riscrittura, penso di capire che non sta solo nella convenienza del prezzo la ragione per cui ho comprato questi dischi, cinque per la precisione, in fondo, pensandoci bene, il libro che sto leggendo in queste ore qualche influenza inconscia deve averla prodotta in me, dal momento che l’autore è irlandese e che la musica celtica da quelle parti non è del tutto estranea, anzi, tutt’altro, ma tant’è, ho cominciato ad ascoltare qualche brano e forse mi potrà aiutare a ricavare qualche ispirazione per questo mio lavoro, e intanto continuo a leggere, anzi, riprendo nuovamente dall’inizio, non ricordo bene il concetto che stavo esprimendo, nemmeno la costruzione della frase, e ripartire in questi casi aiuta.

Certo posso farlo adesso che sono alle prime battute del romanzo, intendo, ricominciare a leggere dalle prime frasi, in fondo, anche se può sembrare difficile da credere, ancora ho letto solo poche righe, e per poche intendo appena una decina, e non sarebbe un grosso sforzo riprendere dall’inizio, ma quando sarò in una fase avanzata della lettura, dovrò senz’altro trovare un metodo diverso per ricordarmi dov’ero arrivato, non potrò ricominciare ogni volta daccapo, ma questo si vedrà al momento opportuno.

lunedì 9 giugno 2014

L'attesa di una frase

Una frase attende da tempo, l’avevo scritta in un momento di distrazione, di noia, come per un passatempo, tanto per fare qualcosa, ed è rimasta là, su un pezzetto di carta che avevo riposto nella tasca interna della giacca, ed ogni volta, quella frase, mi viene da pensare che se avessi portato la giacca in lavanderia, e se la proprietaria avesse avuto l’ardire di frugare tra le tante tasche, ma forse non è tanto ardire, è il loro compito, quando mettono a lavare i capi di abbigliamento, devono fare attenzione a non lasciare bigliettini, o monete o chissà cos’altro, dentro i taschini o nelle pieghe delle giacche, dei pantaloni, o anche delle gonne, e la ragazza, mi piace tanto, ci vado spesso, anche se non ho vestiti sporchi da lavare, ma mi piace vederla, scambiare due parole con lei, cercare un approccio, che però non sempre mi riesce, non ho ancora capito le sue intenzioni, mentre io le mie ce le ho ben chiare, è che non sempre sono in grado di esprimerle ed allora, quella volta, ho lasciato, come distrattamente, un bigliettino piegato in quattro con l’indirizzo di posta elettronica, poteva essere un’occasione, ma forse era meglio il numero di telefono, anzi no, pensai che il telefono era decisamente un mezzo più diretto, se anche lei fosse interessata, o comunque volesse dimostrare una qualche attenzione nei miei riguardi non restava altro che chiamarmi, e poi, il resto sarebbe venuto da sé, io mi sarei impegnato a non sprecare quest’ennesima occasione, ed insomma, già per me le cose erano compiute, potevo passare ad un’altra avventura, ma prima dovevo cucinarmela a fuoco lento, e comunque, è importante il lavoro di una lavandaia, se così si può chiamare l’addetta a quell’esercizio commerciale, non saprei, adesso quello che più mi importa è riprendere la frase che era rimasta appesa prima di un’interruzione che mi era venuta spontanea, una distrazione per associazioni di idee balorde ed ossessive, e così ogni volta che indossavo quella giacca, quel foglietto me lo ritrovavo fra le mani, quando cercavo una penna per prendere nota di un numero di telefono o di una frase, un’altra, che mi passava per la testa come un ronzio che non se ne andava, che continuavo a ripetermi fra i denti, come lavorasse in sottofondo, che non riuscivo a far andare via, quella frase, dunque, era rimasta incisa in quel pezzetto di carta ormai consumato, lacero, quasi strappato in tanti quadratini per quante erano le pieghe, erano anni che si trovava là dentro e vedeva la luce solo in poche occasioni, quando ritornava la stagione autunnale, sul finire dell’estate, tra settembre ed ottobre, quando le foglie degli alberi ancora non hanno cominciato a cadere e coprire le strade e però al mattino presto comincia ad essere freschino ed una giacca fa la sua parte, oppure ad aprile, quando tutto sembra ricominciare, l’illusione di una nuova vita, ed io, ancora oggi, non ho molte scelte, ormai erano anni che la riproponevo, sempre la stessa giacca, l’unica, di velluto blu, ormai consumata nei gomiti, le costine schiacciate e consunte, e a dire il vero erano già un po’ così, fin dalla prima volta che l’avevo indossata, perché non era una giacca nuova, l’avevo comprata in un mercatino dell’usato ed ormai dimostrava tutti i suoi anni, che però non sapevo quanti fossero e comunque mi stavo chiedendo se non era il caso di pensare ad un ricambio, di darmi da fare per trovare qualcos’altro, non necessariamente di seconda mano, è tempo che mi impegni, gli anni cominciano davvero a farsi sentire ed a minare certe forme di sicurezze che fino a poco fa sembravano inossidabili e che ostentavo con assoluta strafottenza e spavalderia.
Quella frase non può più torturarmi, un tempo avrei resistito con forza, con determinato vigore, oggi non ne ho più voglia, non me la sento di assumere certe posizioni che poi dovrò sostenere a tutti i costi, con la sofferenza tipica di chi è costretto a fare cose che non condivide, adesso no, non mi faccio tormentare dalle parole, sia pure scritte, e non voglio nemmeno portarmi dietro questi stupidi fogliettini, dove appunto di tutto, adesso la trascrivo per bene, così mi sentirò libero, non più legato da vincoli che non sopporto.
Mi viene spontaneo, naturale, confrontare, sia pur per un breve inciso, le signore che incontro, e non solo la ragazza della lavanderia, anche le altre donne, le vicine di casa, la fornarina, le commesse del supermercato, le impiegate di tutti gli uffici che pressoché quotidianamente mi capita di frequentare, con quella della mia frase, che però non riesco a trovare, e nemmeno ad individuare da nessuna parte, chi sarà mai? Non la vedo in giro, cosa rappresenta per me? Mi capiterà un giorno di trovarla? Non ce la faccio a sostenere questi dubbi, tutte queste ignoranze, è una ricerca che mi sta portando lentamente alla follia!
Capite adesso perché volevo disfarmi di quella frase, nascondendola in un contesto già esistente, come per renderla irriconoscibile? Era perché non riuscivo a trovare pace con quella donna, e volevo che si confondesse col resto del mondo, con gli altri personaggi che, visti tutti assieme, passano in secondo piano o, in ogni caso, non spiccano sugli altri, come fosse una qualunque, non una che mi ha fatto perdere intere notti di sonno, senza peraltro aver capito se alla fine ci abbia guadagnato ed eventualmente cosa, spero solo che non ritornino più quelle parole, che siano definitivamente parte del passato, cadute nell’oblio, per sempre, come tutte le altre già scritte. 

mercoledì 4 giugno 2014

Mario Vargas Llosa a Firenze


Mario Vargas Llosa all'ultimo appuntamento con "Leggere per non dimenticare", 
alla biblioteca delle Oblate di Firenze, il 3 giugno 2014.

Claudio Magris a Firenze


Claudio Magris all'ultimo appuntamento con "Leggere per non dimenticare", 
alla biblioteca delle Oblate di Firenze, il 3 giugno 2014.

Riscrivendo Malone muore - 3

Devo cercare di tenere a distanza, separati cioè, i due piani, che spesso si sovrappongono senza che me ne accorga, quello in cui viene riportato il testo, e quello in cui mi cimento a commentarlo, tanto per differenziare i due momenti, anche se a volte può tornare utile tenerli vicini, quanto più prossimi, fin quasi a confonderli, così che quando voglio, posso defilarmi di soppiatto e raccontare la storia dal punto di vista che più mi conviene. Farò attenzione, ed anche chi mi legge deve aprire gli occhi.