venerdì 24 ottobre 2014

Around Malone muore - 1

Quella di Saposcat è la prima delle storie che ha in mente di scrivere, e ci prova anche, ma senza grandi risultati.
Si annoia, non ricava soddisfazioni, qualcosa non va per come vorrebbe, non capisce cosa, deve prestare maggiore attenzione, dovrà riflettere di più.
Prova a ripartire, a definire il personaggio, i suoi amici, i genitori, il contesto in cui si muove, a creargli un passato, ad immaginare una vita, a fugare dubbi, a rispondere a quesiti. Si prende gioco di questo personaggio, ma si lascia anche adescare, condurre per mano, invaghito delle sue sollecitazioni e fantasie.

Ho paura di perdere il filo del discorso, a forza di seguire i ragionamenti di questo malato, di questo paziente, mi verrebbe da dire, perché per immaginare storie così, per costruirle, ci vuole davvero molta pazienza, ma ancor di più ne serve per seguirle, per star dietro ai suoi intricati pensieri e fantasiosi ragionamenti.

Deve tornare a riflettere, a fermarsi un attimo, per trovare l’energia necessaria per riprendere a ragionare. Adesso frugo un po’ nelle mie cose, per mettere ordine nelle mie idee altrimenti che mi seguirà più?

Mi capita a volte, mentre leggo, di pensare di aver colto un segnale di non difficile lettura, o di comprensione non immediata, e penso che forse sto dando un’interpretazione alquanto inverosimile a quanto vado leggendo, lontana dalle reali intenzioni dell’autore, una visione solo mia, la mia immaginazione sembra che riesca finalmente a seguire quella di chi ha creato quelle pagine, che possono apparire astruse, ma solo di primo acchito, perché ad una successiva ed attenta lettura, anzi no, dopo varie letture, qualcosa di più o meno chiaro all'orizzonte comincia ad apparire.
Ma poi, quando la concentrazione comincia ad andare via, allora i pensieri sfumano, le idee svaniscono, la chiarezza viene meno, ed occorre ricominciare di nuovo dall'inizio della frase, del paragrafo o della pagina.
Ecco perché ho bisogno di tempo per leggere Beckett.

Il libro vuoto

Josefina Vicens non esiste, non è mai esistita.
E se pure ha vissuto da qualche parte, ha qualcosa a che fare con me, anzi di più, Josefina Vicens soy yo, o almeno è la mia creatrice, è lei che mi ha concepito, che mi ha inventato. Non potrei dire di pensare diversamente.
Il libro vuoto non è come gli altri libri. 
Mi lascio facilmente e piacevolmente adescare dalle parole, fin dalle prime, non mi arrabbio se in breve mi ritrovo ad aver letto un bel numero di pagine e di capitoli. Perché questo libro non è come tutti gli altri, dentro c’è la mia vita, racconta la mia storia, sono esattamente io il personaggio che si muove fin dall’inizio, non c’è ombra di dubbio.
Per questo sono convinto che Josefina Vicens è un falso, nessuno può conoscere la mia vita meglio di me, continuo nella lettura meravigliandomi sempre più di quanto perfettamente uguali alle mie sono le caratteristiche del protagonista di questo libro.
Juan Garcia non esiste, Juan Garcia soy yo, è la mia controfigura, o forse il contrario, in ogni caso sto andando avanti a leggere la sua storia, perché mi può aiutare a capire come potrà continuare la mia vita, o anche quella del protagonista del romanzo, rigorosamente autobiografico, che ho in mente di scrivere.
Il libro vuoto è formato dalle stesse identiche parole con cui sono composti i miei pensieri, non sapevo di averlo già scritto questo romanzo, non lo ricordavo. Questo libro è fatto con le parole dei miei infiniti libri numero 1.
Questa meravigliosa scoperta mi ha riempito il cuore più di quanto potesse contenere, quando l’ho capito mi sembrava di scoppiare dalla gioia.

Non ho parole per dire come mi sono sentito.

Josefina Vicens - Il libro vuoto - Editori Internazionali Riuniti - 2014
Traduzione dallo spagnolo di Roberta Arrigoni

lunedì 20 ottobre 2014

Riscrivendo Malone muore - 11

Per fare l’inventario che ho in mente mi basta un quarto d’ora. È un progetto a cui pensavo da tanto tempo, una cosa a cui tengo e vorrei farlo, e anche se dovessi spegnermi improvvisamente, beh, il tempo per un inventario lo troverò di certo. 

Meglio quindi cominciare con le storie, ormai ho deciso che saranno tre, unirò in un’unica storia quelle che avevo pensato per l’uomo e la donna.

Da qui alla fine ho diviso il tempo in cinque parti, o meglio, dedicherò quello che mi resta a soddisfare cinque interessi: la situazione attuale, le tre storie e l’inventario.

Mi rendo conto che un semplice segnalibro può non essere sufficiente. 
La lettura richiede attenzione, non è facile entrare nella mente di uno che tra poco morirà, non so nemmeno se c’è un ragionamento da seguire, nel senso che anche lui, non è che sembra avere le idee molto chiare, e d'altronde lo capisco, non è facile restare sereni e mantenere la tranquillità nella situazione in cui si trova, anche se non è facile capire cosa effettivamente ha, però non sembra che stia bene. 

Dicevo del segnalibro, non basta inserire un oggetto fra le pagine per sapere dove sono arrivato nella lettura. Ogni pagina è così intensa, e anche variabile, che sarebbe opportuno prendere nota anche del rigo dove sono arrivato, e non sempre interrompo la lettura in corrispondenza con la fine di un paragrafo, cosa che potrebbe aiutarmi nell'individuazione del punto da cui riprendere la lettura, quindi, conclusione, penso che userò una matita per segnare il punto esatto in cui smetto di leggere. 

Certo, quando ricomincio, qualche rigo di prima lo rileggo, così, come per prendere la rincorsa e ritrovarmi con un pezzettino di strada già fatta. Mi viene in mente il corridore di una staffetta, che comincia ad avviarsi anche se il compagno che ha completato la sua parte non gli ha ancora passato il testimone. 
E già, ricominciare da una frase nuova mi sembra difficile poter rientrare nell'atmosfera della storia.

domenica 12 ottobre 2014

Riscrivendo Malone muore - 10

A seguire i ragionamenti di questo paranoico non mi sembra di essere libero di dire niente di me, come se fossi costretto a star dietro ai suoi deliri, e se per un momento smetto, mi sento perso e comunque in colpa, per qualcosa che non so spiegare o illustrare, mi manca qualcosa, una direzione mia da poter seguire, un interesse che mi possa rendere finalmente libero.

Di solito so dove sono arrivato nella lettura perché tra le pagine lascio un segnalibro. Non sempre uso oggetti concepiti per questo scopo, può trattarsi ad esempio di una cartolina, o di un biglietto da visita, o qualsiasi altro oggetto che mi fa ricordare dove ho interrotto la lettura.

La sera, a letto, quando non ce la faccio più a tenere gli occhi aperti, perché cominciano a bruciare, quando sento come delle punte di polvere o come scorie di metalli che ne graffiano le parti interne, chiudo il libro e a mo’ di segnalibro ci metto quello che mi capita tra le mani, può essere la pezzuola per pulire gli occhiali, o una moneta che lascio solitamente sul comò quando svuoto le tasche dei pantaloni, e se non ho altro, ed è già capitato, anche un fazzolettino di carta usato, o addirittura un calzino, non mi va proprio di chiudere il libro e ritrovarmi il giorno dopo a dover ammattire per ritrovare il punto dove mi ero fermato.


Quando oggi ho ricominciato a leggere ho trovato tra le pagine un cartoncino con l’immagine di una santa, una tipa in fase di beatificazione, e sul bigliettino, appiccicato con lo scotch, un quadratino di stoffa nera, c’era scritto che era una reliquia, un pezzettino di vestito appartenuto a questa donna. Non ricordo dove l’ho mai trovato o chi me l’ha dato, però avrò pensato che poteva tornarmi utile in qualche occasione, e forse anche adesso potrò beneficiare della sua influenza, spero infatti che faccia un miracolo, che mi dia la capacità di capire qualcosa di questo libro che sto leggendo, perché a volte mi viene il dubbio che non sempre c’è da capire qualcosa in un libro, oppure ognuno ci capisce quello che vuole, boh?, vedremo se questa quasi santa mi aiuterà a liberarmi da questi dubbi.

sabato 11 ottobre 2014

Dissipatio H. G.

Il protagonista di questo romanzo ha preso la decisione di suicidarsi, senza lasciare tracce, e ha già scelto anche il luogo, una grotta in fondo a una valle a forma di imbuto, e il momento, la notte tra l’uno e il due giugno di un anno non specificato.
L’atto estremo però non verrà attuato, l’aspirante suicida cambia idea all'ultimo momento e ritorna verso casa.
A poco a poco si rende conto però che le cose sono cambiate rispetto a come le aveva lasciate prima di dirigersi verso la grotta dove aveva deciso di finire i suoi giorni.
Attorno a sé non c’è più nessuno, non si vede nemmeno una persona in giro per le strade delle città, gira impaurito per Crisopoli, nome dietro cui si riconosce Zurigo, senza incontrare nessuno nei luoghi dove vivevano o lavoravano gli abitanti.
Tutto il resto sembra normale, gli animali continuano a pascolare  per i campi, o a girare per le strade, come fossero accompagnate da persone, che però sono inesistenti; nelle fabbriche i macchinari sembrano continuare a girare e funzionare per inerzia, come fossero stati appena abbandonati dai lavoratori, non è chiaro a causa di quale evento.
Il protagonista ha come l’impressione che tutto sia avvenuto in maniera improvvisa, assolutamente imprevista e imprevedibile e si ritrova a vagare incredulo ed interrogativo, per tutto il tempo descritto nel romanzo, un unico lungo monologo, in cerca di segni di vita del genere umano, senza riuscire a darsi una risposta, o dandosene alcune che tuttavia lo lasciano con molti dubbi.
L’umanità si è come volatilizzata, o meglio, per citare il titolo del romanzo (Dissipatio H. G., dove le iniziali stanno per Humani Generis), si è dissipata.
La dissoluzione del genere umano non è solo la scomparsa di ciò che c’è oltre la propria persona e la propria identità. È anche il risultato, o meglio la rappresentazione di ciò che rimane, a seguito del suicidio pensato dal protagonista, il quale senza riuscire a dar seguito ai tentativi di risollevarsi, - “Mi estraggo dalla mia poltrona, mi avvicino alle vetrate. Non riesco a sciogliermi, il freddo, l’inerzia, mi fasciano ancora. Tuttavia qualche cosa aiuta. Ho un progetto, e con questo (lo sento) io sfato la morte, da me e da attorno a me” - avverte continuamente la paura e soprattutto l’inadeguatezza, che gli è caduta addosso come un macigno, di rappresentare l’umanità.
Dissipatio H.G. è l’ultimo romanzo di Morselli, finito di scrivere nel 1973.
Pochi mesi dopo, all'età di 61 anni, lo scrittore pone fine alla sua esistenza terrena suicidandosi.
“Le mie esaltazioni d'altronde erano e sono genuine, non avevano o non hanno niente di letterario. Non ho mai cavato una riga scritta, dai miei spasimi di solitudine, non me ne sono mai compiaciuto”.
Guido Morselli - Dissipatio H. G. - Adelphi

giovedì 2 ottobre 2014

Riscrivendo Malone muore - 9

Voglio giocare anch'io, decido che giocherò per il tempo che mi resta, anche da solo, se è il caso.

Voglio giocare a far stare le storie che intendo scrivere nel tempo che mi resta. Se non ce la faccio, vorrà dire che doveva andare così, l’importante è averci provato. Se invece finisco di scrivere le mie storie prima della fine, della mia fine, allora proverò a fare un inventario delle mie cose. 

È da tanto che ci penso ma devo ancora rimandare l’inizio perché non posso sapere fin da ora come si metteranno le cose. Penso che non ci metterò molto. Ma forse sì, ed allora, onde evitare problemi dell’ultima ora, forse sarebbe meglio cominciare con l’inventario, per poi passare alle storie, perché non posso rischiare di morire e non aver fatto il mio inventario.


Ma per troppo tempo ho rinviato questo momento, per tanti anni, pensando fosse sempre presto, ed oggi, ho altre cose a cui tengo, e quindi è ancora di nuovo presto. Dunque, prima le storie e poi il resto. Ed allora, sotto con la prima, quella dell’uomo e della donna, così mi tolgo il pensiero. Quella dell’oggetto indefinito girerà probabilmente attorno ad una pietra. 

Adesso mi sembra di avere le idee più chiare.