mercoledì 4 novembre 2015

Una pagina al giorno


Una pagina al giorno leva il medico di torno, gli piaceva reinventarlo così il proverbio.
Solo se scrivo almeno una pagina al giorno potrò sentirmi bene, non dico realizzato, ma comunque, una certa soddisfazione penso di poterla ottenere. Una personale filosofia. Darsi delle regole lo faceva sentire bene, il problema era che spesso non riusciva a  mantenere le promesse.
Si era messo in testa questa idea e non riusciva a farsela passare. Così, una volta ottemperato al suo personale imperativo, poteva rivolgersi ad altro. Il suo dovere l’aveva fatto e poteva finalmente dedicarsi al suo passatempo preferito: ascoltare fado. Senza quella musica non riusciva a vivere, non ce la faceva proprio. Ma non era solo musica, evidentemente, era molto di più, qualcosa di necessario, indispensabile, vitale.
Scrivere ed ascoltare buona musica. Due cose a cui non sapeva e nemmeno voleva rinunciare.
Scrivere in certi momenti diventava più un impegno che un piacere. Anche faticoso. Anche insopportabile. Ma si era dato una regola e sentiva che doveva rispettarla.
Ne va del mio equilibrio mentale. Non so esattamente cosa potrebbe succedere se sgarro per un giorno, però, si dava delle possibilità, non è che deve essere proprio così rigida questa regola, importante è stare nella media di una pagina al giorno. Se oggi non ho voglio di scrivere niente, o non ho la possibilità pratica, oppure non ne ho il tempo, vorrà dire che domani ne scriverò due, così i conti tornano, ciò che importa è osservare i propositi iniziali e non perdere l’allenamento. Il cervello si deve tenere in costante attività, e cosa c’è di meglio del mantenere in esercizio la facoltà dell’immaginazione?
La devo organizzare bene fin dall’inizio questa attività, altrimenti ne va di mezzo la mia sanità mentale. Me lo devo scegliere con oculatezza l’interlocutore con cui dialogare nei momenti difficili, uno a cui chiedere consigli e affidare le mie confidenze, soprattutto quando non riesco a proseguire, quando il blocco dello scrittore mi stringe la gola e mi impedisce di respirare con regolarità.
Quando ancora non aveva fatto quel patto con se stesso non immaginava nemmeno lontanamente che avrebbe potuto soffrire se un giorno non riusciva a scrivere, o anche a non completare almeno una pagina. E a quei tempi non pensava neppure quale doveva essere l’argomento delle sue scritture. Poteva andar bene qualunque cosa, un discorso sui massimi sistemi, ma anche sulle formiche che attraversavano il lavandino,  senza che riuscisse a capire da dove venivano, cosicché non poteva sbarrare la porta di accesso a quei fastidiosissimi punti neri, poteva solo sterminarne un centinaio, o forse più, con un potente insetticida, o al massimo liberarsene per un giorno, perché ben presto tornavano all’attacco, si facevano vivi in qualche altro punto della cucina, o anche in corridoio o in bagno. Le formiche non hanno particolari preferenze, la polvere e lo sporco è sempre ricettacolo di qualcosa di interessante e di utile.
D’altra parte, fare pulizia in casa non se lo sognava nemmeno, almeno fin quando riusciva a sopravvivere, perché quando proprio non ce la faceva più, allora una spolverata provava a darla, almeno per togliere lo sporco più grosso, quello più visibile, e questo succedeva non più di una volta al mese.
Non scocciatemi con queste stupidaggini, uno scrittore non può mica perdere tempo in faccende pressoché inutili, lasciatemi in pace!
Però, le formiche! Non sarebbe male scrivere un racconto su quegli stupidi insetti. Già, ma con quale scopo? Per far sapere al mondo quanto mi stanno sulle scatole? O per fare pubblicità ad un qualche prodotto disinfestante? E poi, è proprio necessario conoscere fin dall’inizio il motivo per cui devo scrivere? Quella maledetta paginetta quotidiana non deve diventare un assillo, altrimenti dove sta il piacere della scrittura?
Quelle formiche! Insistette, a pensare ancora a quelle formiche, un pensiero assillante cominciava ad infastidirlo, che non sarebbe riuscito più a disfarsene, le formiche gli entravano in testa, occupavano gli spazi liberi dei suoi pensieri e non lo facevano dormire, né di giorno né di notte, non riusciva a darsi pace.
Vabbè, basta, mi sono già stufato, non voglio perdermi in domande futili, ne parliamo dopo. Meglio mettere da parte penna e taccuino ed ascoltare un po’ di musica.
 L’indifferenza a tutto era il male peggiore. Senza l’interesse per qualcosa, non poteva nascere nulla di buono. Un uomo solitario, quale lui era ormai da tanti anni, non ricordava nemmeno quanto, non poteva pretendere di sviluppare la fantasia, o far correre l’immaginazione. Nel vuoto assoluto non ci sono riferimenti a cui appigliarsi, soprattutto quando di quel vuoto non si ha contezza. Così era lui. Cercava di nascondere anche a se stesso i rumorosi sbadigli ma falliva miseramente, soprattutto in quelle occasioni in cui le righe non crescevano e le pagine restavano rigidamente bloccate come davanti ad una barriera invalicabile.
È lo sguardo d’insieme che mi fa difetto, se solo riuscissi a vedere tutto più chiaro, avrei risolto la metà dei miei problemi. Ogni tanto se ne usciva con queste sparate. Filosofia da autodidatta, appresa e concepita sulla strada della vita. Era convinto ormai di aver sviluppato una sua filosofia, che poteva cambiare spesso, a seconda delle circostanze, ma questi mutamenti di idee erano parte integrante delle sue speculazioni. Appartenevano a pieno titolo alle teorie che aveva elaborato nel corso degli anni.  
Uno di quei giorni in cui vedeva formiche arrampicarsi dappertutto, per le pareti della camera da letto, ma anche in corridoio e sul balcone della sala, ebbe come la sensazione di sentire qualcuno parlare ad alta voce, un coro dalle tonalità acute, come solo le formiche riescono ad esprimere, e tese l’orecchio come per capire meglio quello che secondo la sua interpretazione dovevano essere dei consigli.
In fondo, ormai conviviamo sotto lo stesso tetto, ci conosciamo da un po’, potrei anche fidarmi. Già, perché no? Per di più questa condizione gli permetteva di alimentare fantasie sulle formiche, ma non solo, che non capiva se potessero essere credibili, oppure doveva scartarle come assurdità, cose del tutto inventate, irreali. Perché qualche dubbio se lo faceva venire, così, senza una determinata ragione, senza un preciso motivo, era che la condizione in cui viveva da anni, in quella situazione, a volte sentiva il bisogno di lasciarsi andare, ed allora partiva con le fantasie più impensabili, con le cose più incredibili o assurde. E quando stava lucido, nel senso che non era sotto l’effetto di un bel po’ di bicchieri di rum o di qualsiasi altro liquore, si chiedeva dove era stato il giorno prima, o chissà quando, perché che aveva esagerato col bere, di questo se ne rendeva conto, ma di questi momenti di stacco, di vuoto, di quello che aveva fatto, con chi li aveva trascorsi, non ricordava molto, e quelle erano le occasioni in cui, nella rievocazione, poteva pensare di tutto, è questa la mia vita, adesso sì che posso continuare la storia che avevo cominciato a scrivere, ed ogni volta era un nuovo inizio. Una storia cominciata mille volte, e nel rileggerla, aveva senz’altro una coerenza interna del tutto inspiegabile, non si notavano cesure degne di nota, ogni volta che riprendeva la lettura il filo del discorso scorreva alla perfezione.
Un uomo solitario non ha nessuno con cui intrattenere una relazione, se si eccettuano i fantasmi che sente e vede passargli davanti, ad ogni momento, e lui li vedeva, li toccava, ci parlava persino, sviluppava discorsi, litigava anche e quando voleva restare davvero da solo li salutava, li mandava a quel paese, ogni volta uno diverso, e ritornava in sé. Ah, quanto desiderava restare da solo in quei momenti, quanto era contento di non vivere con nessuno. La libertà non la darei in cambio di nient’altro. Ma era vera libertà? Suvvia, non voglio pensarci, dov’è il mio disco preferito?